ARCHEOPLASTICA: L’archeologia dei rifiuti in plastica ha un suo museo

Un sito raccoglie e cataloga vecchissimi oggetti spiaggiati, ricostruendone la storia, per mostrare la loro durevolezza e invitare a maggior consapevolezza ambientale

 

L’enorme quantità di plastiche disperse nell’ambiente, e in particolare in mare, impiegherà centinaia di anni per degradarsi. E’ una realtà nota e ben condivisa. Tuttavia, non sempre è facile comprendere le sue conseguenze sul piano concreto.

E’ questo il motivo che ha spinto una guida naturalistica pugliese, Enzo Suma, ad avviare un progetto chiamato Archeoplastica, che si dedica alla raccolta di reperti in plastica risalenti a 40, 50 o addirittura 60 anni fa, spesso sbiaditi o ricoperti di molluschi, ma perlopiù rimasti intatti.

Enzo Suma, il fondatore di Archeoplastica, con alcuni dei prodotti ‘spiaggiati’ che ha recuperato I credits: Archeoplastica

Sensibilizzare per cambiare: il progetto

si dedica alla raccolta di reperti in plastica di ‘archeologia commerciale’, risalenti a 40, 50 o anche più di 60 anni fa, recuperati in ambiente naturale. L’obiettivo è dimostrare l’inquietante durevolezza della plastica e sensibilizzare ad un suo uso più consapevole.

Archeoplastica sfrutta i tantissimi rifiuti spiaggiati per portare l’osservatore a riflettere da un’altra prospettiva sul problema inquinamento plastica nel mare.

Archeoplastica è un museo virtuale dove osservare tutti i reperti e acquisire informazioni. Alcuni reperti sono messi in evidenza e si possono osservare anche in una ricostruzione in 3D.

Archeoplastica organizza anche mostre, soprattutto nelle scuole, dove poter vedere dal vivo ciò che il mare ci ha restituito e nelle quali crea l’occasione per educare a comportamenti consapevoli e sostenibili. Anche National Geographic si è interessato al progetto e ha co-organizzato alcune delle mostre.

credits: Archeoplastica

La nascita di Archeoplastica

L’idea del progetto è nata quando Suma trovò, qualche anno fa, un flacone di crema solare con il prezzo in lire, scoprendo in un secondo momento che era dell’inizio degli anni Settanta. Fotografò il flacone e lo pubblicò su Facebook, raccogliendo subito un certo interesse intorno a quel reperto e al suo stato di conservazione pressoché perfetto.

Da allora ha continuato a raccogliere oggetti di plastica lungo le coste salentine, in prossimità della sua città, Ostuni, spesso incappando in oggetti di plastica di una certa età, sia italiani che provenienti dalle coste greche e balcaniche.

Oggi Archeoplastica ha quasi 240mila follower su Instagram e ha recentemente aperto anche un profilo su TikTok che ha già raggiunto i 100mila follower.

Informazione ed educazione, tra archeologia e sostenibilità

L’obiettivo di Archeoplastica è di sensibilizzare le persone sulla necessità di ridurre l’uso della plastica monouso, ma fa anche archeologia vera e propria raccontando l’origine di certi oggetti e il modo in cui venivano utilizzati.

È un approccio diverso alla questione dei rifiuti plastici e, per questo, potenzialmente capace di fare persino breccia in un bacino più ampio di persone.

Tanti prodotti, tante storie

Tra le molte storie raccontate da Archeoplastica ce ne sono di incredibili, per l’età dei prodotti ma anche per l’interesse che hanno saputo attivare

Il collirio Stilla

quella del collirio Stilla commercializzato negli anni Sessanta e Settanta, con il tappo bianco dalla forma trapezoidale. Suma ne ha trovati parecchi sulle spiagge pugliesi: il motivo, spiega, è che la réclame di Stilla consigliava di utilizzare il collirio in caso di occhi rossi e in particolare dopo il mare, per alleviare l’irritazione causata dall’acqua salata.

Il miele Attiki

Un’altra storia notevole è quella del flacone di miele di un’azienda greca, Attiki. Suma aveva trovato il flacone e si era subito immaginato che avesse una certa età, ma inizialmente non era riuscito a capire quale fosse la sua funzione. La forma del flacone ricordava un clown ed era in buono stato, con qualche crostaceo attaccato e con un colorito sbiadito che conferivano alla faccia del personaggio un’aria sinistra. In basso era impressa la scritta “Kazaplast”, una ditta greca che produceva giocattoli e flaconi per altre aziende.

Sono stati gli utenti ad aiutarlo a risalire alla storia completa di quel prodotto: una ragazza, partendo dalla scritta “Kazaplast”, ha trovato un manifesto dell’azienda Attiki che ne riprendeva un altro degli anni Cinquanta, in cui compariva un ragazzino con una mimica del tutto simile al presunto clown trovato da Suma. La ragazza ha quindi suggerito che potesse trattarsi di un flacone di miele di quella azienda, e Archeoplastica ha pubblicato una storia su Instagram raccontando il tutto.

A quel punto quattro diversi utenti hanno segnalato un video su YouTube di Attiki in cui si ripercorre la storia dell’azienda e in cui compare su una scrivania, in bella vista, il flacone originale. Suma ha contattato l’azienda che ha risposto confermando che quel flacone trovato in Salento era proprio di Attiki e raffigurava Fino (Φίνο), un personaggio inventato simile a Pierrot. Al flacone trovato da Suma manca il tappo, che era a forma di imbuto e faceva da dosatore per il miele.

credits: Archeoplastica

Archeoplastica: tra design e educazione ambientale

Archeoplastica ha lanciato un modo del tutto nuovo di sensibilizzare ai temi della cura e della protezione dell’ambiente. Il racconto degli oggetti, la ricerca della loro storia – spesso partecipata, come dicevamo, dagli stessi follower – hanno una capacità di penetrare maggiormente nell’immaginario e nella sensibilità delle persone degli avvisi cui siamo abituati (e che, infatti, spesso disattendiamo)

Dai palloni marchiati con il logo dei mondiali di Italia ’90 alle coppette di gelato del 1972, dalle formine per budini degli anni Sessanta, al contenitore del formaggio Fiorello prodotto dalla Locatelli, molto venduto negli anni Ottanta, quello di Archeoplastica è un racconto del nostro paese, delle nostre abitudini, di un certo design e della comunicazione pubblicitaria che, tra nostalgia e ricordo, riesce a rendere appieno la sensazione di straniamento creata da un oggetto che potrebbe sopravvivere a chi lo ha conosciuto e usato.

credits: Archeoplastica

Non è la plastica, siamo noi

La plastica è un materiale che ha rivoluzionato la vita di moltissimi di noi. Ha permesso la produzione in serie e democratizzato l’accesso a molto Made in Italy, per esempio. La plastica di buona qualità può facilmente sopravviverci. Ne abbiamo prodotta troppa, troppo spesso di cattiva qualità, e ora ne scontiamo le inevitabili conseguenze. 

Oggi sappiamo che il monouso è il male e che la durevolezza, invece, può essere parte di un processo di circolarità.

L’Unione Europea ha già bandito le plastiche monouso ma moltissimo resta ancora da fare per tutte quelle già in circolazione. Progetti come Archoplastica sono importantissimi per diffondere, quanto più è possibile, conoscenza e consapevolezza. 

Importante!

Il progetto Archeoplastica ha la sola finalità etica di sensibilizzare sul tema dell’inquinamento dei mari determinato dall’utilizzo della plastica e, nello specifico, dalla scorretta gestione del fine vita della stessa.

Non sussiste alcuna volontà da parte di Archeoplastica di accusare e denigrare le aziende produttrici dei prodotti rinvenuti in mare ed esposti nel presente museo virtuale, né tantomeno sussiste alcuna volontà di agganciamento ai marchi stessi. I marchi citati sono riportati al solo fine di dimostrare la datazione dei rifiuti rinvenuti.


 

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