Biochar: anche dell’ulivo non si butta niente
Scarti di ulivo per una pavimentazione stradale capace di assorbire CO2
A Barcellona, nel cuore del distretto dell’Eixample, un tratto di Calle Cerdà sembra una strada come tante. Ma sotto l’asfalto nasconde una tecnologia che potrebbe ridefinire il modo in cui le città affrontano la decarbonizzazione: il manto stradale è stato realizzato con biochar, un carbone vegetale che si ricava da scarti vegetali – in questo caso, ottenuto dai noccioli di oliva – al posto del filler calcareo tradizionalmente usato nell’asfalto. Il risultato, secondo i dati del progetto, è una riduzione del 76% delle emissioni di CO2 rispetto alla produzione di asfalto convenzionale. Ma il dato più interessante non riguarda solo la fase di produzione: per tutta la sua vita utile – che per una pavimentazione stradale si misura in decenni – questa strada continuerà a sottrarre carbonio dall’atmosfera, comportandosi come un vero e proprio sito di “stoccaggio di carbonio urbano”. Non un’infrastruttura a impatto ridotto, quindi, ma un’infrastruttura che lavora attivamente, per il clima mentre svolge la sua funzione ordinaria.
Cos’è il biochar e come si produce
Il biochar non è una scoperta recente: il principio su cui si basa – la carbonizzazione di materiale organico in assenza di ossigeno – è noto da secoli in agronomia. Può essere ricavato da
- scarti agricoli: lolla di riso, stocchi di mais, gusci di noci e mandorle.
- scarti di legno e foreste: segatura, trucioli, rami e potature di alberi.
- scarti verdi: erba secca e residui di giardinaggio.
Quello che cambia oggi è la scala a cui questa tecnologia viene applicata, e i materiali di scarto da cui parte. Il processo che trasforma gli scarti in biochar si chiama pirolisi. Gli scarti della coltivazione dell’ulivo – nocciolini, sansa, materiale di potatura – vengono riscaldati a temperature superiori ai 350°C, ma senza ossigeno. È un dettaglio tecnico che fa tutta la differenza: senza ossigeno non c’è combustione, quindi il carbonio che la pianta ha assorbito durante la sua crescita non viene rilasciato in atmosfera come accadrebbe bruciando gli scarti o lasciandoli decomporre. Rimane invece intrappolato in una struttura solida, porosa e chimicamente stabile per centinaia di anni. Il processo, inoltre, non produce solo biochar: genera anche syngas e bio-olio, sottoprodotti che possono essere reimpiegati come fonte energetica per alimentare lo stesso impianto di pirolisi. Il ciclo produttivo, in altre parole, tende a essere energeticamente autosufficiente: un elemento che pesa sia sul bilancio ambientale che su quello economico dell’operazione. Una volta ottenuto, il biochar può essere impiegato in diversi contesti: come ammendante per migliorare la fertilità dei suoli agricoli o, come nel caso di Barcellona, come sostituto del filler calcareo nella produzione di asfalto, dove svolge la stessa funzione tecnica del materiale tradizionale ma con un profilo emissivo radicalmente diverso. Di biochar e delle sue molte applicazioni avevamo già parlato anche in questo articolo.
Un modello che si autosostiene
Il caso di Calle Cerdà è interessante perché mette insieme tre benefici che normalmente si presentano in alternativa tra loro, non insieme: la riduzione delle emissioni, il sequestro attivo di carbonio nel tempo, e il riuso di uno scarto che altrimenti avrebbe un costo di smaltimento. È proprio quest’ultimo punto ad aprire lo scenario più interessante per un paese come l’Italia, che è infatti il primo produttore europeo di olio d’oliva, e genera ogni anno milioni di tonnellate di scarti olivicoli – nocciolini, sansa, residui di potatura: “rifiuti” che oggi rappresentano per molte aziende agricole un costo di smaltimento, non un valore. È esattamente il tipo di scarto su cui si basa la filiera del biochar, e alcune realtà italiane hanno già iniziato a costruirci sopra un modello di business. Startup come NeraBiochar e Localcarbon Italia stanno sviluppando filiere complete che vanno dagli impianti di pirolisi modulari, pensati per essere installati vicino al luogo di produzione dello scarto, riducendo i costi di trasporto — fino alla certificazione del carbonio effettivamente sequestrato, da vendere sul mercato dei crediti climatici. Il meccanismo economico che ne deriva capovolge la logica dello scarto agricolo: l’agricoltore non paga più per smaltire i residui della propria produzione, ma può:
- risparmiare sui costi di smaltimento, eliminando un problema logistico e di bilancio
- migliorare la qualità dei propri terreni, se sceglie di reimpiegare parte del biochar come ammendante agricolo
- generare un ricavo aggiuntivo, vendendo i crediti di carbonio certificati legati al carbonio effettivamente sequestrato
È un modello in cui la sostenibilità non è un costo aggiuntivo da giustificare, ma una fonte di valore economico diretto: probabilmente la condizione più realistica perché una tecnologia climatica si diffonda su larga scala, in agricoltura come altrove.
Cosa dice questo caso sulla decarbonizzazione delle città
Il caso di Barcellona è utile anche per un altro motivo: mostra che la decarbonizzazione urbana non passa solo da grandi infrastrutture come pannelli solari, reti di mobilità elettrica, edifici a energia quasi zero, ma anche da innovazioni più piccole, diffuse, radicate nel territorio e nelle filiere agricole locali. Una strada è un’infrastruttura che ogni città costruisce e rifà continuamente; se il materiale con cui viene realizzata può, semplicemente cambiando un componente, passare da fonte di emissioni a pozzo di carbonio: limpatto aggregato, moltiplicato su migliaia di chilometri di asfalto urbano rifatti ogni anno, potrebbe essere tutt’altro che marginale. Per l’Italia, che unisce una filiera olivicola tra le più grandi d’Europa a un patrimonio stradale che richiede manutenzione costante, il biochar rappresenta un caso raro in cui una soluzione climatica, un problema di smaltimento agricolo e un’opportunità economica per il territorio convergono nella stessa infrastruttura.
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