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Gli occhiali che insegnano al bisturi dove fermarsi

Dr. Samuel Achilefu PhD

Gli occhiali che “leggono” il tumore e dicono al chirurgo come muoversi

C’è un momento, in ogni intervento oncologico, in cui la decisione più delicata non riguarda cosa asportare, ma dove fermarsi. Il chirurgo vede il tumore, ma i suoi margini – il confine tra tessuto malato e tessuto sano – spesso non sono visibili a occhio nudo. Il rischio è duplice: rimuovere troppo, o lasciare indietro cellule maligne che possono far ripartire la malattia. Non è un dettaglio marginale: gli studi sui margini chirurgici positivi, cioè le resezioni in cui restano tracce di tumore ai bordi, riportano percentuali che per alcuni tumori solidi superano il 20-30% dei casi, con punte più alte per pancreas e mammella a seconda della casistica. Ogni margine positivo, nella pratica, significa spesso una nuova operazione, radioterapia aggiuntiva, mesi di ansia in più per chi è già passato sotto i ferri una volta. Il problema non è nuovo, e nemmeno il tentativo di risolverlo: sono oltre dieci anni che un gruppo di ricerca lavora per rendere quel confine visibile, e lo studio di cui parliamo oggi è l’ultimo, più maturo tassello di questo percorso.

La soluzione: rendere visibile l’invisibile

L’idea che affronta questo problema parte da un principio di ottica relativamente semplice: prima o durante l’intervento, al paziente viene somministrato un agente fluorescente – in molti casi, un colorante come il verde di indocianina, già approvato per uso clinico, oppure molecole più sofisticate progettate per legarsi selettivamente alle cellule tumorali. Questo agente, illuminato da una sorgente nel vicino infrarosso, emette un segnale che l’occhio umano non può percepire, ma che un sensore ottico sì. Un paio di occhiali indossabili cattura quel segnale e lo sovrappone in tempo reale al campo visivo del chirurgo, come una realtà aumentata applicata alla sala operatoria: le aree marcate dal tumore appaiono letteralmente più luminose rispetto al tessuto sano circostante.

I primi prototipi, testati a partire dai primi anni 2010 su modelli animali e poi su piccoli gruppi di pazienti con tumore al seno, hanno mostrato risultati incoraggianti: in uno studio su pazienti sottoposte a mastectomia parziale, la fluorescenza ha permesso di individuare correttamente lo stato dei margini in tutti i casi esaminati, comprese le situazioni in cui restava tessuto malato. Da lì la tecnologia si è evoluta su più fronti in parallelo: dispositivi via via più leggeri e indossabili, sistemi capaci di individuare linfonodi sentinella con sensibilità comparabile o superiore ai metodi radioattivi tradizionali e, più recentemente, versioni “a basso costo”, costruite con componenti semplici come telecamere Raspberry Pi e parti stampate in 3D, pensate esplicitamente per funzionare anche fuori dai grandi centri oncologici ad alto budget. L’ultima generazione, i cosiddetti Cancer Vision Goggles, introduce un sistema di doppio puntatore verde per standardizzare l’acquisizione delle immagini: un problema tecnico non banale, perché finché il risultato dipende troppo dalla mano di chi opera il dispositivo, la tecnologia resta difficile da confrontare e da certificare su larga scala.

È importante essere precisi su un punto, perché la tentazione di raccontare questa invenzione come “occhiali che vedono il cancro” è forte e in parte fuorviante. Il dispositivo non riconosce autonomamente le cellule tumorali, non sostituisce la diagnosi né l’esperienza clinica, e funziona solo dopo la somministrazione di un agente di contrasto specifico. Si tratta, più correttamente, di chirurgia guidata dalla fluorescenza: uno strumento che traduce un’informazione biochimica altrimenti invisibile in un dato immediatamente utilizzabile durante l’operazione. La differenza non è solo terminologica: il vero contributo non è stato dare al chirurgo poteri sovraumani, ma togliere un po’ di incertezza da un momento in cui, storicamente, si è sempre lavorato quasi a tentoni.

L’inventore – e perché proprio lui

Dietro questa tecnologia c’è , bioingegnere e chimico nato agli inizi degli anni Sessanta nel nord della Nigeria. Era appena un bambino quando la guerra civile, il conflitto del Biafra, costrinse la sua famiglia a fuggire verso l’est del paese. Crebbe frequentando scuole di villaggio con pochissime risorse ma, come lui stesso ha raccontato in diverse interviste, popolate da compagni straordinariamente dotati: il tipo di contesto in cui si impara presto a ottenere risultati con quello che si ha, non con quello che si vorrebbe avere. La sua predisposizione per il francese gli guadagnò una delle borse di studio messe a disposizione dal governo francese e lo portò all’Università di Nancy, dove conseguì un dottorato in chimica molecolare e dei materiali, e poi a un post-dottorato a Oxford. Nel 1993 si trasferì negli Stati Uniti, dove costruì gran parte della sua carriera alla Washington University di St. Louis e, dal 2022, alla University of Texas Southwestern di Dallas, come primo direttore del nuovo dipartimento di ingegneria biomedica.

Non è un caso sia stato lui, e non altri, a mettere insieme i pezzi di questa soluzione. La ragione sta nell’intersezione insolita di competenze che il suo percorso gli ha imposto (e permesso) di accumulare: chimica dei materiali, radiologia, biochimica, imaging molecolare: discipline che raramente convivono nello stesso curriculum, e che invece sono esattamente ciò che serve per passare da “una molecola che si lega selettivamente a un tumore” a “un dispositivo indossabile che un chirurgo può usare in sala operatoria”. A questo si aggiunge un’attenzione dichiarata e ricorrente, in tutto il suo lavoro più recente, verso i costi e l’accessibilità: i prototipi “frugali” costruiti con componenti economiche, già impiegati in contesti clinici fuori dagli Stati Uniti – dalla Cina a progetti pensati per l’Africa – non sono un dettaglio secondario rispetto alla ricerca “pura”, ma il punto in cui la sua biografia rientra esplicitamente nel suo metodo scientifico: chi è cresciuto capendo cosa significa lavorare con poco, difficilmente costruisce una tecnologia pensata solo per chi ha già tutto.

Una lezione sull’innovazione utile

Quello che rende interessante la vicenda del dottor Achilefu e il suo progetto, al netto della componente scientifica, è la sua ostinazione nel restare fedele a un problema molto concreto (“cosa sta guardando davvero un chirurgo mentre opera”) invece di rincorrere l’effetto spettacolare. Non ha inventato una macchina che “vede attraverso i corpi”, ha costruito uno strumento che restituisce un po’ di chiarezza in un momento in cui, da sempre, si è sempre dovuto decidere nell’incertezza. È un’altra di quelle lezioni che, in Maker Faire, abbiamo imparato a custodire, perché preziose, e che non ci stanchiamo mai di condividere: il progresso, spesso, non è la promessa più grande, ma la domanda più scomoda a cui finalmente qualcuno – con gli strumenti giusti e, soprattutto, la motivazione giusta – ha deciso di rispondere.

 

Fonti: Studio pubblicato su PubMed I Washington University School of Medicine I UT Southwestern Medical Center
Immagine di copertina: Dr. Samuel Achilefu PhD
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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