Biglietti
ITA | ENG

Blog

Houston, abbiamo un problema

Retro Pop Art Astronaut Team with a sextantio
Yogysic - iStock I modificata con AI
Barbara Marcotulli

Il sestante, l’innovazione low-tech che salva gli astronauti 

A bordo delle missioni Artemis verso la Luna, insieme ai sistemi di navigazione più avanzati mai costruiti, c’è ancora spazio per uno strumento inventato quasi 300 anni fa e usato per secoli dai marinai per orientarsi in mare aperto: il sestante. Non è un pezzo da museo portato a bordo per scaramanzia, ma un vero piano di riserva, pensato per far tornare a casa un equipaggio se tutta l’elettronica di bordo dovesse smettere di funzionare e la sua storia è una di quelle che vale la pena raccontare perché spiega bene un’idea semplice ma spesso dimenticata: innovare non significa necessariamente digitalizzare, e a volte lo strumento più affidabile è quello che capiamo fino in fondo, meccanismo per meccanismo, un po’ tutti.

Uno strumento antico, una missione moderna

Il sestante serve a misurare l’angolo tra un corpo celeste – una stella, un pianeta – e l’orizzonte (o, nello spazio, un altro riferimento), per calcolare la propria posizione. È la stessa tecnica di navigazione astronomica che per secoli ha guidato le grandi rotte oceaniche, molto prima dell’invenzione del GPS. Quando negli anni ’60 la NASA iniziò a progettare le missioni Apollo, i suoi ingegneri adattarono questo strumento e queste tecniche al volo spaziale, senza avere alcuna certezza che avrebbero funzionato fuori dall’atmosfera terrestre. E invece funzionarono, eccome: Buzz Aldrin lo usò durante la missione Gemini XII del 1966, in occasione di un guasto al radar di bordo, e durante il quasi disastroso volo di Apollo 13, nel 1970, l’equipaggio si orientò proprio guardando la Terra all’orizzonte usando, semplicemente, un sestante per calcolare la rotta di rientro.

Perché serve ancora, oggi

Il punto è che più ci si allontana dalla Terra, meno si può contare sulle tecnologie di navigazione basate sui satelliti terrestri. Lo ha spiegato bene Greg Holt, responsabile dei sistemi di navigazione della capsula Orion per le missioni Artemis: con l’aumentare della distanza, diventa necessario tornare a tecniche di navigazione “classiche”, quelle basate sull’osservazione diretta delle stelle, perché in certi contesti sono le uniche informazioni disponibili. Nel 2018, il team di Holt aveva fatto testare a due astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale un sestante portatile, con risultati sorprendentemente positivi: le misurazioni a occhio nudo si erano rivelate accurate abbastanza da poter guidare un rientro di emergenza, e gli astronauti avevano persino trovato lo strumento più comodo da usare in assenza di gravità che sulla Terra. Il sestante impiegato era quasi identico a quello di una nave, con solo un paio di accorgimenti: bordi smussati per sicurezza e un fissaggio a velcro per evitare che fluttuasse nella cabina della stazione spaziale.

Sulla capsula Orion, il primo piano di riserva è in realtà un sistema di navigazione ottica ad alta tecnologia: una telecamera che fotografa stelle e pianeti e calcola automaticamente gli stessi angoli che un tempo si misuravano a mano. Ma se anche questo sistema dovesse guastarsi, ecco che tornerebbe in gioco il sestante manuale, tenuto pronto a bordo prima del lancio proprio come “piano B del piano B”.

La lezione per chi progetta innovazione

C’è un dettaglio che dice molto sull’approccio della NASA alla formazione dei propri ingegneri: prima di lavorare sui sofisticati sistemi di navigazione ottica di oggi, i team vengono mandati a praticare con un sestante vero, per capire da dove arrivano la matematica e la geometria che stanno automatizzando. Non è nostalgia ma prudenza, esperienza e design mindset – o anche, consapevolezza che capire il processo, con le proprie mani, rende migliori anche gli strumenti digitali costruiti proprio basandosi su quel processo. È una lezione che vale ben oltre il caso dell’esplorazione spaziale e che è particolarmente vicina allo spirito maker: l’innovazione che non per forza un sinonimo di “digitale” ma, piuttosto, della capacità di trovare – o di recuperare – lo strumento giusto per il problema giusto, anche quando quello strumento ha 300 anni. Un’educazione all’innovazione che salti il processo, che si concentri solo sul risultato tecnologico senza passare dalla comprensione dei principi che lo sostengono, rischierebbe di costruire competenze fragili: brillanti finché tutto funziona, inutili nel momento in cui la tecnologia – qualunque tecnologia – si fermasse.

Fonti: BBC I Iintervista a Greg Holt - Orion/Artemis, NASA
Immagine di copertina: Yogysic - iStock I modificata con AI
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

Seguici, iscriviti alla nostra newsletter: ti forniremo solo le informazioni giuste per approfondire i temi di tuo interesse