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L’avatar che cura: la svolta VR in psichiatria

Hand holding a paper sheet with human head icon broken into pieces over a crowded street background. Concept of schizofrenia and voices that fade away (thanks to VR therapy)
Bulat Silvia I iStock

La tecnologia restituisce controllo a chi convive con la schizofrenia

La schizofrenia è uno dei disturbi psichiatrici più invalidanti e, ancora oggi, più fraintesi. Non riguarda una “doppia personalità”, come vuole un luogo comune diffuso, ma un insieme di sintomi che possono includere allucinazioni, spesso uditive, con le persone che sentono voci reali quanto qualsiasi altro suono, capaci di commentare, criticare o dare ordini. Le conseguenze sono deliri, disorganizzazione del pensiero e ritiro dalla vita sociale e lavorativa. Le voci non sono un’eccezione rara: sono uno dei sintomi più comuni e più difficili da gestire, spesso presenti per anni o decenni, e capaci da sole di compromettere relazioni, autonomia e possibilità di lavoro. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la schizofrenia riguarda circa 23 milioni di persone nel mondo: un carico enorme, che pesa tanto sulle persone che ne sono colpite quanto sui sistemi sanitari chiamati a curarle, spesso con risorse insufficienti rispetto al bisogno.

Per 27 anni, anche Vibeke Andersen ha convissuto con voci che le dicevano di non valere nulla. Danese, oggi 53enne, dopo la diagnosi di schizofrenia paranoide, ha attraversato ricoveri e ricadute per quasi tre decenni. Poi, nel 2020, le è stato proposto un percorso sperimentale che ribalta l’approccio classico: invece di allontanarsi dal sintomo, affrontarlo faccia a faccia, in un ambiente virtuale costruito su misura. Il suo è un caso emblematico di come la tecnologia, quando è progettata con rigore scientifico e insieme alle persone che dovranno usarla, possa intervenire là dove la medicina tradizionale, da sola, fatica ad arrivare.

Un avatar per dare corpo a un sintomo invisibile

Il gruppo di ricerca VIRTU, attivo presso i servizi di salute mentale del Copenhagen University Hospital, ha infatti costruito un software capace di trasformare la voce allucinatoria di un paziente in un avatar: aspetto, tono, cadenza sono stati modellati sulla descrizione che il paziente stesso fornisce, fino a farla coincidere con l’esperienza vissuta. Indossato il visore, il paziente si trova davanti alla propria “voce” e, guidato da un terapeuta che ne riproduce il timbro tramite un software di trasformazione vocale, impara gradualmente a rispondere, opporsi, riprendere spazio, gestire la propria persona e la propria vita in modo autonomo e indipendente.

I ricercatori parlano di questa tecnica come di “esternalizzazione”: dare forma visibile e udibile a qualcosa che fino a quel momento esisteva solo dentro la testa della persona sembra restituirle una leva di controllo altrimenti inaccessibile.

Non è un percorso semplice. Nel caso di Vibeke Andersen, i terapeuti stessi avevano valutato di interrompere il trattamento a metà, di fronte alla difficoltà emotiva delle sedute. È stata la determinazione della stessa paziente a portarlo a termine, fino ad una ultima sessione, verso la fine del percorso, nella quale ha potuto gridare alla voce di andarsene, in un bosco, da sola. Oggi, cinque anni dopo, le voci non sono più tornate e lei finalmente può studiare per diventare assistente sociale, un sogno che accarezzava da tempo e che la malattia le aveva impedito.

Dati che parlano, non eccezioni

Il progetto del quale fa parte questa sperimentazione si chiama CHALLENGE ed ha coinvolto 270 persone con disturbi dello spettro della schizofrenia e allucinazioni uditive persistenti, ed ha confrontato i risultati di sette sedute di terapia VR con il trattamento standard, pubblicandoli poi su The Lancet Psychiatry nel 2025, I dati osservati mostrano una riduzione significativa della gravità delle allucinazioni già a partire dalla 12ma settimana, con benefici che si mantengono fino a 24 settimane. Il più ampio programma VIRTU coinvolge oggi circa 1.000 partecipanti su diversi disturbi mentali, e alcuni protocolli sono già parte dei servizi psichiatrici danesi.

I numeri di contesto aiutano a capire perché questo genere di innovazione non sia solo un esercizio di stile: oltre alla schizofrenia, che riguarda circa 23 milioni di persone nel mondo, i disturbi alimentari ne interessano circa 16 milioni, e i disturbi d’ansia circa 359 milioni. Sono cifre che parlano di un carico enorme – clinico, ma anche sociale ed economico – su sistemi sanitari spesso già sotto pressione, oltre che di anni di vita sottratti a chi convive con queste condizioni.

Perché questa storia riguarda anche chi fa innovazione

È un caso, e un racconto, che tocca da vicino i temi che Maker Faire Rome porta avanti da anni: la tecnologia ha un valore reale quando riduce una distanza – tra una persona e la sua cura, tra un sintomo e la possibilità di affrontarlo, tra un sistema sanitario che non può offrire terapia a tutti e i pazienti che ne avrebbero bisogno. Il team di progetto sta già lavorando al passo successivo: un terapeuta virtuale supportato dall’intelligenza artificiale, pensato per accompagnare i pazienti anche fuori dalla clinica, per consolidare quanto appreso in terapia e sostenerli nei momenti in cui i sintomi (voci, o altri) tornano a farsi sentire. E si sta sperimentando anche con l’IA generativa, per ricostruire in VR ambienti descritti dai pazienti stessi, avvicinando ulteriormente terapia e vita quotidiana.

Restano questioni aperte, che gli stessi responsabili del progetto non nascondono: l’approccio non è adatto a tutti, può risultare travolgente – soprattutto emotivamente – e richiede tempi di preparazione diversi da persona a persona. Inoltre, l’uso dell’IA in ambito psichiatrico dovrà procedere con garanzie cliniche ed etiche solide. Ma il punto resta: la ricerca su hardware indossabile, software di sintesi vocale e ambienti simulati – gli stessi che animano tanti progetti che vediamo ogni anno in mostra a  Maker Faire Rome – può davvero tradursi in un impatto misurabile sulla vita di milioni di persone. Oltre i prototipi, c’è lo sviluppo, la validazione e l’implementazione di strumenti che, accompagnati da rigore clinico, possono restituire anni di vita a chi ne ha bisogno.

 

Fonti: Fonte: Roselyne Min, "Sono libera: terapia VR aiuta paziente schizofrenica a spegnere 27 anni di voci", Euronews, 29 agosto 2026
Immagine di copertina: Bulat Silvia I iStock
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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