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Low tech innovation: la storia del bianchetto (che è anche di emancipazione)

Bette Nesmith Graham, inventrice del bianchetto, ritratta vicino ad alcune bottigliette di Liquid Paper
Inclusity
Barbara Marcotulli

Storia del bianchetto e della segretaria che ideò uno dei prodotti per ufficio più utilizzati del Ventesimo secolo

Dallas, Texas, anni Cinquanta. Bette Nesmith Graham era una segretaria con uno stipendio che non bastava mai e un figlio da crescere da sola. Ma quello che la tormentava ogni giorno, oltre alle difficoltà economiche, era qualcosa di apparentemente banale: gli errori di dattilografia. La verità è che Bette era una pessima dattilografa, costretta per giunta ad usare un nuovo modello di macchina da scrivere con una tastiera molto più sensibile e con un inchiostro che rendeva impossibile correggere gli errori con una gomma da matita. Ogni errore significava ricominciare tutto da capo, perdere tempo prezioso, sprecare fogli. Ma sapeva qualche cosa d’arte e che i pittori coprivano le imperfezioni con un nuovo strato di colore. L’intuizione non restò tale: cominciò ad imitare la loro tecnica: mischiò alcune tempere, che aveva a casa, per riprodurre il colore della carta su cui lavorava in ufficio, per coprire i refusi con un piccolo pennello. Questa operazione era molto più veloce e più pulita di una cancellatura a gomma, ed era appena visibile sulla pagina. Sperimentava nella sua cucina, armata di un frullatore e tempera bianca. Dopo mesi di tentativi, aggiustamenti di consistenza e prove su carta, trovò la formula perfetta: un liquido bianco che copriva gli errori in un attimo senza rovinare il foglio. Lo versò in piccole boccette con un pennellino e lo portò segretamente al lavoro. Le colleghe lo notarono subito e cominciarono a chiederglielo. Poi arrivarono le prime richieste di acquisto, poi gli ordini veri e propri. Era nata un’invenzione che non aveva ancora un nome, ma che aveva già un pubblico entusiasta.

Nel 1956, però, Bette commise un errore fatale: firmò per sbaglio una lettera ufficiale del suo capo usando il nome della sua invenzione invece di quello dell’azienda. Il direttore la licenziò seduta stante, accusandola di perdere tempo con una “sciocca invenzione” durante l’orario di lavoro. Per molti sarebbe stata la fine. Per lei fu l’inizio.

Dalla cucina all’impresa, con visione

Senza alternative e con un figlio da mantenere, Bette decise di puntare tutto sul suo prodotto. Trasformò la cucina e il garage in un piccolo laboratorio di produzione, riempiendo boccette a mano con l’aiuto del figlio. Cercò finanziamenti dalle banche, ma le porte si chiusero una dopo l’altra. Provò a proporlo alle grandi aziende, ma nessuno la prese sul serio. Le risero dietro: una segretaria che pretendeva di aver inventato qualcosa di utile? Una donna che mescolava vernice in un frullatore domestico?

Bette fece allora qualcosa di straordinariamente moderno per quegli anni: saltò completamente gli intermediari e vendette direttamente al suo pubblico. Si rivolse alle segretarie, alle dattilografe, a chi ogni giorno combatteva con gli stessi problemi che aveva avuto lei. Il prodotto, che prese il nome di Liquid Paper, si diffuse per passaparola, da scrivania a scrivania, da ufficio a ufficio. Fu un’esplosione silenziosa ma inarrestabile. Nel 1968 vendeva un milione di flaconi all’anno. Nel 1975, venticinque milioni.

Ma mentre l’azienda cresceva, Bette non dimenticò mai da dove veniva. Creò un asilo nido aziendale per i figli delle dipendenti, introdusse orari flessibili e programmi di formazione interna in un’epoca in cui questi concetti erano praticamente sconosciuti. Costruì un ambiente di lavoro pensato per le donne che lavoravano, esattamente come avrebbe voluto lei quando era una segretaria sottopagata che correva tra l’ufficio e la casa. Non stava solo vendendo un prodotto: stava costruendo un modello diverso di fare impresa.

L’eredità di un’intuizione dal basso

Nel 1979 la Gillette acquistò Liquid Paper per 47,5 milioni di dollari più royalties. Bette Nesmith Graham ne donò metà in beneficenza, destinando i fondi a sostenere altre donne imprenditrici e progetti educativi. Morì sei mesi dopo la vendita, a sessantasei anni, ma la sua invenzione continuò a vivere sulle scrivanie di milioni di persone in tutto il mondo.

Il bianchetto non esisteva prima di lei. Non era stato progettato in un laboratorio di ricerca e sviluppo, non era uscito da un’università o da un’azienda tecnologica. Era nato dalla necessità quotidiana di una donna che non poteva permettersi di sprecare tempo e carta, e che aveva osservato il mondo intorno a sé con occhi curiosi. È una storia di low-tech innovation al femminile, quando l’innovazione non aveva ancora bisogno di venture capital o pitch deck, ma solo di intelligenza pratica, tenacia e la capacità di vedere soluzioni dove altri vedevano solo problemi.

Bette Nesmith Graham fu licenziata per aver “perso tempo” con un’invenzione. Ventitré anni dopo, quella stessa invenzione l’aveva resa milionaria e aveva cambiato per sempre il modo di lavorare negli uffici. Segretaria, madre, inventrice, ha trasformato un errore in un impero e dimostrato, una volta ancora, che le innovazioni piccole e grandi innovazioni nascono anche – forse soprattutto – da chi vive i problemi sulla propria pelle ogni giorno; esattamente lo stesso spirito che anima il movimento maker.

 

Fonti: Il Post I New York Times
Immagine di copertina: Inclusity
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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