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crediti: Time for Kids
Barbara Marcotulli

Stephanie Kwolek: l’invenzione del Kevlar che ha salvato migliaia di vite

Stephanie Kwolek: la scienziata che ha cambiato il mondo con il Kevlar

Quando negli anni Sessanta Stephanie Kwolek, una chimica polacco-americana, stava lavorando in laboratorio alla ricerca di nuove fibre sintetiche ad alte prestazioni, mai avrebbe immaginato di diventare protagonista di una scoperta apparentemente fortuita ma che avrebbe cambiato il mondo.

Nel 1964, infatti, mentre lavorava per la multinazionale chimica DuPont, alla Kwolek fu affidato l’incarico di sviluppare una nuova fibra leggera ma resistente, utile per i pneumatici. In previsione di una diminuzione nella produzione globale di petrolio, il gruppo di ricerca di Stephanie Kwolek inizia a lavorare alla realizzazione di una fibra leggera ed elastica da utilizzare negli pneumatici delle automobili: veicoli più leggeri hanno bisogno di meno benzina. Durante un esperimento in laboratorio, due monomeri – molecole semplici in grado di combinarsi tra loro – producono una fibra dalle caratteristiche particolari. Kwolek si rende subito conto della straordinarietà del nuovo materiale e convince il suo tecnico di laboratorio, a eseguire alcuni test. Scopre così che il polimero – ovvero la macromolecola prodotta nell’esperimento – è incredibilmente resistente. Negli anni successivi vengono condotte ulteriori analisi su questa fibra sintetica, finché nel 1971 la DuPont la immette sul mercato col nome di kevlar.  Si tratta di quello che lei stessa descrisse come un episodio di “serendipità”,ma grazie al quale si riuscì a sintetizzare una fibra che si sarebbe rivelata rivoluzionaria: il Kevlar.

La rivoluzione del Kevlar

Da quel momento, il Kevlar è diventato sinonimo di protezione e innovazione. È cinque volte più resistente dell’acciaio e non è alterato dal calore e dagli impatti. Utilizzato principalmente per la produzione di giubbotti antiproiettile, ha salvato migliaia di vite, specialmente in ambito militare e nelle forze dell’ordine.

Il kevlar è anche utilizzato in svariati altri ambiti: per la realizzazione di elmetti militari e il rivestimento del vano motore degli aeroplani, nelle carene delle canoe e per rinforzare i veicoli blindati, nelle punte delle stecche da biliardo, per l’imbottitura dei vestiti dei motociclisti, nelle tute spaziali, nei telai e nelle carrozzerie di auto e moto da corsa, per il rivestimento di smartphone e cavi USB. Esistono persino calzini in kevlar, utilizzabili al posto delle scarpe per camminare su superfici non levigate senza correre il rischio di farsi male.  Uno degli usi preferiti da Stephanie Kwolek stessa, tuttavia, era più tenero che tecnologico: raccontava con entusiasmo di un paio di occhiali da bambino visti in Francia, con le montature in Kevlar. “Quello, per me, era il massimo,” commentò.

Nel corso dei decenni successivi, il kevlar ha generato alla DuPont entrate per miliardi di dollari. Tuttavia, Stephanie Kwolek non ne ha tratto alcun beneficio personale, avendo ceduto tutti i diritti di sfruttamento commerciale.

Una pioniera in un mondo dominato dagli uomini

Kwolek era una delle pochissime donne scienziate impiegate da DuPont all’epoca, ma non lasciò mai che questo la definisse o la limitasse. “Non mi sono mai vista in termini di genere. Mi consideravo una chimica ricercatrice, al pari di tutti gli altri, anche se molti erano dottori di ricerca e io avevo solo una laurea triennale,” spiegava.

Dopo il pensionamento e fino alla morte, avvenuta nel 2014, Stephanie Kwolek ha inventato e scritto numerose dimostrazioni di chimica da utilizzare nelle scuole superiori. Una delle più famose e utilizzate, il nylon rope trick, illustra alcuni dei principi chimici fondamentali della polimerizzazione e fornisce agli studenti una dimostrazione pratica di quali sono i passi da seguire per creare un polimero sintetico. Il suo obiettivo principale era quello di incoraggiare le giovani donne a intraprendere una carriera nel campo scientifico. “Forse sarà necessaria un’altra generazione prima che si raggiunga la piena uguaglianza tra uomini e donne, ma più saranno le donne interessate alla scienza, più il processo sarà veloce”. Parola di Stephanie Louise Kwolek.

Donne e STEAM: una sfida ancora attualissima

Il caso di Stephanie Kwolek è emblematico non solo per l’impatto scientifico e tecnologico del suo lavoro, ma anche per ciò che rappresenta a livello culturale. Le donne che operano nelle discipline STEAM si trovano, ancora oggi, a dover spesso affrontare pregiudizi, stereotipi e barriere sistemiche e strutturali. Nonostante i progressi degli ultimi decenni, il numero di donne nei ruoli apicali in ambito scientifico e tecnologico resta ancora basso.

Il contributo femminile, tuttavia, è imprescindibile. Donne come Stephanie Kwolek non solo hanno rivoluzionato interi settori, ma hanno aperto la strada per le generazioni successive, dimostrando che la scienza è – e deve essere – un campo inclusivo, dove la diversità è un valore e una risorsa. Promuovere l’accesso delle donne alle carriere STEAM non è solo una questione di equità, ma una necessità per un progresso scientifico e tecnologico più completo e rappresentativo.

Il suo lavoro è un potente promemoria di ciò che può accadere quando la competenza incontra la curiosità, anche in ambienti che non sempre sono pronti ad accogliere chi rompe gli schemi.

 

Fonti: Witness History by BBC
Immagine di copertina: crediti: Time for Kids
Barbara Marcotulli

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