Blog

Wikimedia Commons
Barbara Marcotulli

Il segreto dell’acquedotto di Arles

L’acquedotto di Arles: un viaggio nella sorprendente ingegneria idraulica romana

Ci sono scoperte che emergono lentamente, strato dopo strato, sedimentate nel tempo. E non è solo una metafora: è letteralmente ciò che è accaduto ad Arles, in Provenza, dove un’équipe internazionale di ricercatori ha ricostruito la storia nascosta di uno dei più complessi sistemi idrici dell’antichità. Non lo ha fatto scavando nel terreno, bensì leggendo il passato impresso nelle concrezioni di calcare, i depositi lasciati dall’acqua nelle condutture romane.

Proprio mentre la nostra epoca riscopre l’importanza di una gestione idrica sostenibile, questa ricerca offre uno sguardo illuminante su come, duemila anni fa, l’Impero romano affrontasse con intelligenza e flessibilità il problema dell’approvvigionamento urbano. Un risultato che unisce geochimica, archeologia e ingegneria antica, e che getta nuova luce sulla longevità e l’efficienza dei sistemi costruiti dagli ingegneri romani.

La memoria delle pietre (e del calcare)

Il team, formato da studiosi delle università di Mainz, Oxford e Innsbruck, ha analizzato frammenti di carbonato di calcio raccolti da condotte, bacini e addirittura dai resti del tetto delle antiche Terme di Costantino. Si tratta di incrostazioni che si formano quando l’acqua dura, cioè ricca di minerali, deposita calcare sulle superfici interne delle strutture idrauliche. Per secoli considerate solo un fastidio o un residuo, queste stratificazioni si sono rivelate una sorta di archivio geologico, una cronaca silenziosa dell’uso e delle modifiche del sistema idrico romano.

A differenza di studi precedenti che si limitavano a singoli acquedotti, qui l’analisi ha riguardato l’intera rete idrica di Arles: una rete articolata che comprendeva più acquedotti, un bacino comune, condotte, ponti e strutture termali interconnesse.

Due acquedotti, un solo sistema

Le prime condotte furono costruite nel 3 a.C., traendo acqua dalle pendici meridionali delle Alpilles. Un secolo più tardi, per rispondere alla crescente domanda, fu aggiunto un secondo acquedotto, che attingeva dalla parte settentrionale dello stesso massiccio. I due flussi confluivano in un bacino di sedimentazione, da cui l’acqua proseguiva il suo viaggio verso la città. Qui si decantavano sabbia e detriti, prima che il prezioso liquido raggiungesse le terme, le fontane, le case. Una volta completato il nuovo acquedotto, il canale originario venne riconvertito per alimentare una colossale centrale idrica a Barbegal, dotata di ben 16 ruote idrauliche, un capolavoro di proto-industria romana. Le stratificazioni di calcare nei canali documentano perfettamente questo passaggio d’uso.

Un tetto fatto di memoria

Uno degli indizi più sorprendenti è stato rinvenuto nei detriti del soffitto delle Terme di Costantino, costruite nel IV secolo. Tra le macerie, i ricercatori hanno identificato frammenti di carbonato identici a quelli depositatisi nel secondo acquedotto: prova che l’acqua usata per le terme proveniva proprio da quella fonte. Ma non solo: è emerso che i blocchi calcarei erano stati recuperati e riutilizzati come materiale da costruzione. Dunque non solo sostenibilità idraulica, ma anche edilizia circolare ante litteram.

Il mistero delle tubature sotto il Rodano

Un ulteriore enigma riguardava delle grandi tubature in piombo, scoperte nel XIX secolo sul fondo del fiume Rodano: in quale direzione portavano l’acqua? Grazie all’analisi isotopica dei depositi interni (un confronto fra la composizione dell’ossigeno e del carbonio presenti nei vari strati), gli studiosi hanno dimostrato che queste condotte alimentavano il quartiere di Trinquetaille, sulla riva opposta del fiume, usando un sistema a sifone rovesciato, ossia sfruttando la pressione dell’acqua per farla risalire dopo essere scesa.

Come si data il calcare

Uno degli aspetti più complessi del lavoro ha riguardato la datazione delle incrostazioni, che non possono essere analizzate con i metodi tradizionali a causa della presenza di argilla e altre contaminazioni. Per superare l’ostacolo, il team ha usato un metodo basato sull’analisi degli isotopi stabili: osservando come variano negli strati annuali dei depositi, è possibile identificarne la contemporaneità e quindi collocarli cronologicamente. In pratica, è come leggere gli anelli di un albero, ma nel calcare.

Un’eredità (ancora) attuale

Questa ricerca non solo illumina il passato: parla anche al nostro presente, in cui la gestione sostenibile delle risorse idriche è più urgente che mai. Il sistema di Arles, con la sua capacità di adattamento, di manutenzione continua e di recupero intelligente dei materiali, rappresenta un esempio tangibile di come ingegneria e lungimiranza possano convivere.

Come ha affermato la geologa Gül Sürmelihindi, coordinatrice dello studio: “Quello di Arles è uno dei sistemi idrici antichi meglio documentati, un vero modello di sostenibilità e resilienza, costruito secoli prima che questi concetti entrassero nel nostro vocabolario”. Forse, nel solco lasciato da quei depositi millenari, si nasconde anche un invito per il futuro: quello di ascoltare l’acqua e imparare, ancora una volta, a seguirne il corso con intelligenza.

 

Fonti: SciTechDaily
Immagine di copertina: Wikimedia Commons
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

Seguici, iscriviti alla nostra newsletter: ti forniremo solo le informazioni giuste per approfondire i temi di tuo interesse