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Open source e autonomia tech dell’Europa

modello tridimensionale di progettazione di circuiti integrati basato sulla tecnologia chiplet. Si nota una struttura principale sollevata con numerose connessioni verticali (micro-bump o pilastri) e sottili linee di interconnessione arancioni che distribuiscono i segnali verso l'esterno e verso un chip secondario più piccolo in basso a sinistra.
IHP Microelectronics

La Sovranità Digitale Europea passa dall’open source

Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha presentato il Tech Sovereignty Package (in italiano “pacchetto per la sovranità tecnologica”), l’iniziativa più ambiziosa mai messa in campo da Bruxelles per ridurre la dipendenza dell’Europa da tecnologie non europee. È un contesto  fatto di nuove regole, nuovi fondi e nuovi strumenti nel quale si inserisce una notizia solo apparentemente “di nicchia”: poche settimane più tardi, l’8 luglio, l’istituto tedesco IHP (Leibniz Institute for High Performance Microelectronics) ha rilasciato il primo kit di progettazione open source europeo per chip a chiplet, l’IHP Open ADK. Un piccolo tassello tecnico che racconta bene dove sta andando la sovranità digitale europea, tra regolamenti e strumenti concreti, aperti e verificabili da chiunque.

Cos’è la sovranità tecnologica europea

La Commissione Europea definisce la sovranità tecnologica come la capacità di rendere le catene del valore critiche – quelle  che afferiscono a semiconduttori, cloud, intelligenza artificiale, software – resilienti, competitive e libere da dipendenze esterne. Non si tratta di autarchia digitale, ma della possibilità di non dipendere da un’unica azienda o da un’unica giurisdizione extra-UE per far funzionare ospedali, reti energetiche e servizi pubblici essenziali. Il concetto è esplicitato nella comunicazione COM(2026) 503, il documento con cui la Commissione ha lanciato ufficialmente il pacchetto sulla sovranità tecnologica europea. Casi come quello dell’IHP Open ADK mostrano cosa significhi in pratica: oggi progettare sistemi a chiplet (chip modulari, assemblati da più “pezzi” specializzati invece che stampati come blocco unico) richiede quasi sempre software commerciali costosi. Rendere disponibile uno strumento aperto, collegato a un processo produttivo reale, significa aprire un settore strategico anche a università, startup e piccole imprese che altrimenti resterebbero escluse.

Cos’è il Tech Sovereignty Package

Il Tech Sovereignty Package presentato nel giugno 2026 è composto da quattro strumenti principali:

  • Chips Act 2.0, che aggiorna il precedente Chips Act con l’obiettivo di rafforzare le capacità produttive europee nei semiconduttori avanzati, compresi i chip per l’AI e il packaging 3D;
  • Cloud and AI Development Act (CADA), che introduce un quadro unico a livello UE per valutare la “sovranità” dei servizi cloud e AI, con quattro livelli di classificazione per gli enti pubblici;
  • l’EU Open Source Strategy,  di cui si è detto sopra;
  • la Strategic Roadmap for Digitalisation and AI in Energy, dedicata alla digitalizzazione delle reti energetiche.

Il pacchetto si innesta su iniziative già esistenti, come la Bussola per la Competitività (Competitiveness Compass), presentata a inizio 2025, e si intreccia con il quadro normativo digitale già in vigore: AI Act, Data Act e Data Governance Act restano i riferimenti principali su intelligenza artificiale, accesso ai dati e governance dei dati, e il nuovo pacchetto è pensato per dialogare con queste norme, non per sostituirle.

Perché l’UE punta sull’open source

La EU Open Source Strategy, pubblicata insieme al pacchetto del 3 giugno, parte da un dato che la Commissione stessa definisce un deficit strutturale di sovranità: l’Europa spende ogni anno oltre 260 miliardi di euro in prodotti e servizi digitali non europei. L’open source viene indicato come leva per invertire questa tendenza, perché permette di verificare il codice, replicarlo, adattarlo senza dipendere da un singolo fornitore. Per attuare questa strategia la Commissione ha rafforzato l’ Open Source Programme Office (OSPO), l’ufficio interno che coordina le attività open source delle istituzioni europee, e ha introdotto un nuovo strumento dedicato alla manutenzione: l’ Open Source Maintenance Instrument, pensato per finanziare la manutenzione e la sicurezza dei componenti open source più critici – quelli da cui, senza che ce ne accorgiamo, dipende buona parte dell’infrastruttura digitale europea.

I vantaggi dell’open source per l’autonomia digitale

Tornando all’esempio da cui siamo partiti: l’IHP Open ADK non è un esperimento accademico, ma un percorso di progettazione collegato a un P DK(Process Design Kit) reale  SG13G2 — e a una tecnologia di interposer già fabbricata da IHP. Include un nuovo formato aperto per descrivere gli assemblaggi di chiplet, rilasciato senza brevetti a protezione, e un visualizzatore 3D gratuito per verificare se un progetto è davvero fabbricabile. I vantaggi di questo approccio, validi ben oltre il caso dei chip, sono essenzialmente tre:

  1. Trasparenza: chiunque può ispezionare il codice o il design e verificarne la sicurezza, invece di doversi fidare di un fornitore chiuso
  2. *Accesso allargato: strumenti gratuiti abbassano la barriera d’ingresso per università, startup e piccoli team, che oggi restano tagliati fuori da settori dominati da software commerciali costosi
  3. Definizione condivisa degli standard: quando gli standard tecnici nascono in modo aperto, non li scrivono soltanto poche grandi aziende private. Si tratta di un tema centrale per sviluppare e mantenere infrastrutture digitali condivise a livello europeo.

A questo si aggiunge il lavoro portato avanti da anni dal programma Next Generation Internet (NGI), che finanzia progetti di ricerca su tecnologie internet aperte, e dal programma SIMPL, la piattaforma open source della Commissione che supporta l’interoperabilità tra gli spazi di dati europei e le federazioni cloud-to-edge.

Cosa cambia per aziende e sviluppatori italiani

Per aziende e sviluppatori italiani, questo scenario apre più di una possibilità concreta. Da un lato ci sono opportunità dirette: partecipare a bandi e progetti collegati a strumenti come SIMPL o al Digital Commons EDIC, contribuire a progetti open source sostenuti dall’Open Source Maintenance Instrument, oppure – come nel caso dell’IHP Open ADK – utilizzare kit di progettazione gratuiti per entrare in settori come la microelettronica senza dover sostenere i costi di licenze commerciali. Dall’altro lato, c’è un cambiamento di prospettiva: la sovranità digitale europea non è solo una questione di grandi player istituzionali. Realtà come la comunità maker italiana, che da anni promuove pratiche di hardware aperto, si trovano oggi allineate con la direzione presa dalle politiche europee. Ne abbiamo parlato anche in “La riscossa dell’open hardware etico” , e per chi vuole approfondire progetti concreti di elettronica e fabbricazione digitale il punto di riferimento resta la sezione “Electronics & Digital Fabrication” di Maker Faire Rome.

Open source vs software proprietario: differenze per la sicurezza nazionale

Sul fronte della sicurezza, il confronto tra open source e software proprietario non riguarda tanto “quale sia più sicuro in assoluto”, quanto chi controlla l’infrastruttura critica. Con software proprietario chiuso, un fornitore extra-UE può  in teoria modificare, sospendere o revocare l’accesso a un servizio senza che l’utente europeo abbia strumenti di verifica o alternative immediate. È esattamente il rischio che il CADA (Cloud and AI Development Act) prova ad affrontare, introducendo criteri comuni per valutare quanto un servizio cloud o AI sia “sovrano” rispetto a queste dipendenze. Con l’open source, invece, il codice è ispezionabile pubblicamente e, in caso di necessità, è possibile fare il “fork” (crearne una copia personale e indipendente) di un progetto e continuare a mantenerlo autonomamente, come previsto proprio dall’Open Source Maintenance Instrument. Non è una garanzia automatica di sicurezza (un progetto open source mal mantenuto può essere vulnerabile quanto uno chiuso), ma è una garanzia di controllo: nessuno può “spegnere” da remoto uno strumento di cui l’Europa possiede il codice sorgente e le competenze per mantenerlo.

L’Europa può fare a meno dei cloud USA?

Ad oggi, no e probabilmente questa risposta vale anche nel breve periodo. La quota di mercato cloud in Europa resta dominata da pochi grandi fornitori extra-UE, e costruire alternative competitive richiede anni di investimenti, non un singolo regolamento. Il CADA stesso non impone una sostituzione immediata dei fornitori non europei, ma introduce un percorso graduale: classificare i carichi di lavoro per livello di sensibilità, imporre requisiti di sovranità più stringenti per i dati pubblici critici, e incentivare la crescita di alternative europee credibili. È un percorso lungo, di cui progetti come l’IHP Open ADK sono solo un tassello iniziale: dimostrano che l’Europa può produrre strumenti aperti e tecnicamente solidi, ma la vera sovranità digitale europea si misurerà negli anni, sulla capacità di trasformare questi tasselli in un ecosistema completo realmente indipendente.

Fonti: IHP MIcroelectronics
Immagine di copertina: IHP Microelectronics
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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