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La riscossa dell’open hardware etico

Stampante 3 che sta realizzando una bilancia, sullo sfondo di volti stilizzati colorari
iStock I AI modified
Barbara Marcotulli I Ursula Pala

Oggetti con un’etica: la rinascita dell’open hardware come manifesto di resistenza culturale

C’è stata una fase, nella prima decade del movimento maker, in cui la narrazione dominante si è concentrata sulla democratizzazione dell’accesso: sensori economici, la nascita di schede di sviluppo iconiche, e l’entusiasmo di connettere a internet qualsiasi oggetto domestico. Era l’alba dell’Internet delle Cose (IoT). Tuttavia, quella spinta si è scontrata con la progressiva centralizzazione del cloud proprietario. Troppi progetti open sono rimasti prigionieri di API di terze parti, server remoti pronti a essere spenti e dinamiche estrattive sui dati degli utenti.

Oggi la community più avanzata sta guidando una transizione verso una nuova era dell’AIoT (Artificial Intelligence of Things). Ma è importante essere precisi su cosa significhi davvero: l’AIoT non è per definizione offline, e l’Edge AI – l’elaborazione che avviene sul dispositivo anziché su server remoti – non coincide automaticamente con l’assenza di cloud. Anzi, i due progetti che raccontiamo in questo pezzo sono un esempio perfetto di questa zona grigia: oggetti pensati per liberarci dallo smartphone, ma ancora in parte dipendenti da API proprietarie per la loro intelligenza. Il focus si è spostato dall’interconnessione selvaggia all’autonomia progettuale: grazie alla disponibilità di microcontrollori a basso consumo e modelli generativi sempre più accessibili, i maker stanno rivendicando il controllo dell’hardware. Non si tratta più di assemblare kit didattici, ma di applicare una sensibilità che – a nostro avviso in redazione – richiama l’eredità dell’Autoprogettazione di Enzo Mari e lo spirito del Whole Earth Catalog alla complessità algoritmica contemporanea (va detto: non risultano riferimenti dichiarati dai progettisti stessi, è una chiave di lettura editoriale che ci pare calzante). Questo cambio di rotta non è solo tecnico, è anche culturale, e si esprime attraverso architetture hardware “calme”, pensate per ridurre il protagonismo dello schermo a favore della presenza fisica e dell’esplorazione del mondo reale. Le architetture “calme” – o calm technologies – sono tecnologie e dispositivi hardware progettati per informarci senza richiedere la nostra attenzione costante. L’obiettivo di questo approccio, teorizzato già negli anni ’90, è lo sviluppo di tecnologie capaci di integrarsi nell’ambiente in modo così naturale da usarle quasi inconsciamente, lasciando la mente libera di concentrarsi sulle azioni reali.

L’anti-smartphone: il caso di TERRA

L’esempio più interessante di questa tensione è TERRA, un dispositivo di navigazione concettuale sviluppato dallo studio Modern Works (ora Modem), in collaborazione con Panter&Tourron. TERRA sfida apertamente il design e il modello economico dello smartphone: si presenta come un oggetto dall’estetica “gorpcore”, una sorta di pietra da palmo ergonomica che funge da compagno per passeggiate senza smartphone. Invece di mostrare mappe dettagliate e notifiche, il dispositivo usa un display minimale, una bussola e un feedback aptico per guidare l’utente lungo un percorso a partire da un prompt iniziale (es. “una camminata di due ore alla ricerca di architettura razionalista”), garantendo sempre il ritorno al punto di partenza.

TERRA è open source per scelta costitutiva: chiunque può scaricare software e file di progettazione dal repository GitHub di Modem, stampare in 3D lo chassis e assemblare l’hardware (una scheda Adafruit ESP32 Feather V2, un display circolare Waveshare, un modulo GPS Beitian BN-880 e un controller aptico). Una volta caricate le coordinate, il dispositivo naviga in autonomia usando GPS e bussola. Ma la generazione del percorso – cioè la parte “intelligente” del sistema – passa attraverso l’API di ChatGPT e l’API di Google Places, non attraverso un modello eseguito localmente: non è quindi un dispositivo di Edge AI interamente offline. Lo stesso team di Modem, del resto, presenta TERRA come un progetto sperimentale, ancora in rapido sviluppo. TERRA resta però una dimostrazione efficace di come la prototipazione rapida possa fare critica tecnologica, creando “non-dispositivi” pensati per favorire la disconnessione anziché la dipendenza – pur restando, dietro le quinte, agganciato a infrastrutture cloud di terze parti.

Dream Recorder: il diario dei sogni

Spostando l’asse verso il racconto e l’immaginazione, Dream Recorder, sempre di Modem, affronta un altro nodo critico: quanto della nostra intimità passa oggi attraverso server che non controlliamo. È bene chiarire subito cosa il progetto non è: non utilizza sensori EEG, non monitora le fasi del sonno, non rileva la fase REM e non ricostruisce immagini a partire dall’attività cerebrale. Il funzionamento è più semplice e, in un certo senso, più umano: al risveglio, l’utente racconta a voce il proprio sogno, e il dispositivo – basato su Raspberry Pi, interamente auto-assemblabile senza saldature – lo trasforma in un breve video impressionistico. Anche qui, però, l’elaborazione non è interamente locale. Il repository ufficiale specifica che il sistema si appoggia alle API di OpenAI (per la trascrizione vocale e la generazione del prompt cinematografico) e a quelle di Luma Labs (per la generazione del video). Non possiamo quindi affermare che i dati non transitino da server remoti, né parlare di “privacy assoluta”: la voce e il racconto del sogno di chi lo usa passano, in qualche momento della pipeline, da infrastrutture cloud proprietarie, ma Dream Recorder ci piace perché è un progetto che ribalta l’approccio delle Big Tech su un altro fronte: l’hardware è trasparente, modificabile e di proprietà di chi lo costruisce, anche se l’intelligenza che lo anima non è (ancora, almeno) del tutto sua.

La contraddizione reale

Il punto interessante di TERRA e Dream Recorder non è tanto la promessa di un’autonomia totale dal cloud – che, a rigore, questi progetti non riescono ancora a mantenere – quanto la contraddizione che mettono in scena: oggetti più calmi, aperti e modificabili, pensati per ridurre il protagonismo dello smartphone nella nostra vita quotidiana, sebbene ancora in parte dipendenti da infrastrutture cloud proprietarie per la loro componente più “intelligente”. Ed è forse proprio in questa tensione, tra l’ambizione di un hardware libero e i limiti pratici imposti dallo stato dell’arte dell’AI generativa, che si gioca la vera sfida della prossima generazione di progetti open source: non dimostrare che “si può fare a meno del cloud”, ma rendere trasparente, modulare e reversibile ogni scelta architetturale, comprese quelle che oggi passano ancora da un’API di terze parti.

Maker per una nuova resistenza tecnologica

Per una community nata intorno alla condivisione della conoscenza, lo scenario prospettato da progetti come questi rappresenta il superamento definitivo dell’hardware inteso come semplice intrattenimento. La sfida attuale per chi progetta e costruisce non è più dimostrare che “si può fare”, ma stabilire come debba essere fatto: in modo etico, riparabile, modulare, e anche onesto rispetto alle proprie “dipendenze” infrastrutturali. I progetti open source distribuiti su GitHub non sono più semplici repository di codice, ma i nuovi blueprint di una tecnologia a misura d’uomo – anche quando quella tecnologia, almeno per ora, non riesce ancora a fare a meno di una connessione.

Fonti: Maker Faire Rome I Modem
Immagine di copertina: iStock I AI modified
Barbara Marcotulli I Ursula Pala

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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