Biglietti
ITA | ENG

Blog

Tech Tourism: i turisti ora cercano il futuro

team of tourists visiting on machine with smart tablet. Worker works at heavy machine robot arm.
Ultramansk - iStock

Turismo: il nuovo Grand Tour ora strizza l’occhio alla tecnologia

Un articolo di *Rest of World*, uscito a fine maggio, racconta un fenomeno che vale la pena approfondire: sempre più investitori, founder e semplici curiosi da tutto il mondo pagano cifre importanti –  fino a 9.000 dollari – per tour organizzati dentro fabbriche di auto elettriche, startup di intelligenza artificiale e centri di robotica in Cina. Non vacanze, non fiere di settore: veri e propri viaggi studio dentro Shanghai, Hangzhou, Shenzhen, per toccare con mano quello che finora si leggeva solo nei report degli analisti. È un fenomeno che ha un nome ancora informale  “tech tourism”, turismo tecnologico – ma una struttura di business già piuttosto solida. E capire come funziona in Cina aiuta a capire cosa potrebbe fare, con asset molto diversi, un paese come l’Italia.

Come funziona il turismo tecnologico in Cina

I tour vengono venduti con nomi da programma di studio più che da pacchetto vacanza: “Shanghai AI and Robotics Innovation Tour”, “EV and Battery Deep Dive”. Durano in genere tra i tre e i cinque giorni, e il prezzo – che esclude i voli ma comprende hotel, pasti e trasferimenti – copre l’accesso a qualcosa che normalmente un turista non potrebbe avere: le linee di produzione, gli incubatori di startup, le sessioni di domande dirette con i manager delle aziende. Le tappe non sono casuali, ma scelte con cura per rappresentare i simboli della crescita tecnologica cinese: “BYD”, che ha superato Tesla nelle vendite globali di veicoli elettrici; “Unitree Robotics”, i cui robot umanoidi sono diventati virali online; “DeepSeek”, la startup di intelligenza artificiale sempre più paragonata a ChatGPT. Il valore aggiunto, per chi paga, è l’accesso: si può visitare uno showroom BYD da turisti qualunque, ma non andare oltre – mentre questi tour aprono le porte che restano chiuse al pubblico generico.

Il modello di business è nato quasi per caso: un ex consulente aziendale trasferitosi a Shanghai ha iniziato a organizzare tour su misura per due clienti interessati a veicoli elettrici e commercio in live streaming; da lì ha aperto un’agenzia dedicata, che in un anno e mezzo ha accompagnato oltre mille visitatori, per lo più da Sud-est asiatico, India ed Europa. Altre realtà si sono specializzate su nicchie diverse: c’è chi porta studenti delle superiori interessati a materie scientifiche e ingegneristiche a incontrare giovani ricercatori cinesi, per aggiornare letteralmente, le aspettative delle famiglie su cosa significhi oggi studiare tecnologia.

Accanto al turismo “premium” e verticale, si è sviluppato anche un turismo tech più accessibile e generalista: a Shenzhen, un tour bilingue da meno di 100 dollari che include una dimostrazione di consegna con drone, un giro in robotaxi e la visita ai flagship store di occhiali smart e giocattoli con IA è tra le esperienze più richieste della città. Anche le aziende hanno colto l’occasione: XPeng, produttore di veicoli elettrici, vende biglietti per visitare il proprio showroom, spesso esauriti.

Un turismo che è anche diplomazia culturale

Il turismo tecnologico cinese non nasce solo dalla curiosità dei mercati: si intreccia con una strategia di soft power piuttosto esplicita. Capi di stato e leader politici europei e asiatici hanno visitato aziende come Unitree Robotics, provato occhiali con intelligenza artificiale, generando contenuti che circolano sui social cinesi come prova della sofisticazione tecnologica del paese. Anche creator internazionali con milioni di follower hanno contribuito ad amplificare questa narrazione, trasformando un giro in fabbrica in contenuto virale. Il meccanismo, spiegano gli osservatori citati nell’articolo originale, è circolare: un contenuto virale genera curiosità, la curiosità genera domanda di tour, il tour genera esperienza diretta, l’esperienza diretta genera nuovo contenuto, e il ciclo ricomincia, rafforzando ogni volta la percezione di un paese tecnologicamente all’avanguardia.

E l’Italia? Un modello diverso, non necessariamente più debole

Leggendo questa storia, la domanda che viene naturale è: l’Italia ha davvero così poco da mostrare, o semplicemente non ha ancora imparato a raccontare la propria innovazione come esperienza da vivere, invece che come dato da citare in un report di settore? La risposta, probabilmente, è la seconda. L’Italia non parte da zero: ha semplicemente distribuito i suoi asset più innovativi su un tessuto meno concentrato – e meno raccontato – di quello cinese, dove tutto converge in tre o quattro città-vetrina.

Un ipotetico tour dell’innovazione italiana potrebbe includere grandi player industriali ed energetici come Eni, che negli ultimi anni ha investito molto in ricerca applicata – dalla fusione nucleare alle biotecnologie ambientali, al quantum computing – con centri che raramente aprono le porte al pubblico ma che avrebbero moltissimo da mostrare. O poli come Kilometro Rosso, a Bergamo, uno dei parchi scientifici e tecnologici più interessanti d’Europa, dove centri di ricerca di grandi aziende e decine di startup convivono nello stesso spazio: una versione italiana, in scala ridotta, dell’ecosistema che a Shenzhen si visita in pullman. E poi c’è la manifattura avanzata: non l’industria pesante da fotografare in bianco e nero, ma i distretti dove automazione, robotica collaborativa e nuovi materiali si integrano da anni con il saper fare artigianale – la ragione per la quale il marchio *Made in Italy* resta sinonimo di eccellenza nel mondo, dalla meccanica di precisione dell’Emilia-Romagna alla componentistica automotive del Piemonte, all’interior design.

Il vantaggio nascosto: l’Italia questo turismo lo fa già, senza saperlo

La parte più interessante è che l’Italia un turismo simile lo pratica da anni, solo che non lo chiama “tech tourism”, e spesso non lo considera nemmeno innovazione. Basti pensare a quante persone ogni anno chiedono di visitare gli stabilimenti Ferrari a Maranello, con liste d’attesa e pacchetti esperienziali che vendono non solo l’auto, ma il processo produttivo e il rito della fabbrica. O alle Acetaie storiche di Modena, dove il turista compra un racconto fatto di batterie di botti e invecchiamento lento – l’esatto opposto della velocità cinese, eppure capace di generare lo stesso tipo di fascinazione e la stessa disponibilità a pagare per l’accesso. O alla fila che si crea per entrare a Palazzo Fendi, a Roma, dove moda, artigianato ed heritage del lusso diventano esperienza fisica, non solo prodotto da acquistare. Questi esempi dimostrano una cosa semplice: gli italiani sanno benissimo trasformare un processo produttivo in un’esperienza desiderabile. Lo fanno da anni con il lusso e l’artigianato; quello che manca è fare lo stesso con l’innovazione tecnologica “pura” – i laboratori di ricerca, le startup deep-tech, le fabbriche 4.0 – aprendoli e raccontandoli con lo stesso orgoglio con cui si mostrano una cantina o un’acetaia.

Maker Faire Rome: la finestra che c’è già

C’è già, in Italia, un evento che per tre giorni fa esattamente quello che i tour cinesi fanno tutto l’anno: mettere in fila, in uno stesso luogo, robotica, intelligenza artificiale, aerospazio, biotecnologie, manifattura avanzata ed elettronica, aprendo al pubblico progetti che normalmente restano dentro un laboratorio o un capannone. Maker Faire Rome è, di fatto, la versione italiana – condensata in un weekend – di quello che un turista tecnologico va a cercare in giro per Shanghai o Shenzhen in cinque giorni: la possibilità di vedere da vicino chi sta costruendo il futuro, parlarci, toccarlo con mano. E infatti funziona: ogni anno l’evento richiama a Roma decine di migliaia di visitatori, molti dei quali arrivano da fuori città, anche dall’estero, apposta per l’occasione. È già, senza dichiararlo, un piccolo pezzo di turismo tecnologico italiano. Il punto, però, non è un limite di Maker Faire Rome: l’evento fa esattamente quello che ha sempre saputo fare, fin dalla sua nascita, ovunque nel mondo prenda vita il format Maker Faire – stuzzicare idee, accendere curiosità, mettere in scena visioni possibili, aprire porte che normalmente restano chiuse. È un compito che assolve bene, ed è già molto. L’opportunità riguarda piuttosto l’ecosistema che le sta intorno – imprese, poli di ricerca, sistema turistico – che sembra accontentarsi di quei tre giorni invece di coltivare la possibilità che aprono.  Vale allora la pena ragionarci: cosa succederebbe se Maker Faire Rome diventasse la tappa di apertura o di chiusura di un percorso più lungo – un weekend che accende la scintilla e dà il quadro generale, prima o dopo il quale ciascuno sceglie liberamente dove approfondire? Un acceleratore come Kilometro Rosso, una grande impresa come Eni, un distretto manifatturiero, un laboratorio di ricerca universitario. Esattamente come in Cina il singolo tour è spesso solo il primo passo di una relazione più lunga tra investitore e mercato, Maker Faire Rome potrebbe diventare la porta d’ingresso di un itinerario italiano dell’innovazione – se qualcuno, intorno all’evento, decidesse di costruirlo.

Cosa servirebbe per fare davvero tech tourism in Italia?

Non servirebbe inventare nulla dal nulla, sarebbe sufficiente iniziare a connettere pezzi che esistono già: le aziende energetiche e industriali, i poli di ricerca, i distretti manifatturieri, e un sistema turistico che in Italia ha già dimostrato – con il food, la moda, l’automotive di lusso – di saper trasformare un asset produttivo in un’esperienza vendibile. Servirebbe forse un po’ meno riservatezza da parte delle aziende, abituate a pensare ai laboratori come spazi chiusi e non come vetrine. E servirebbe qualcuno disposto a fare da ponte tra il mondo industriale e il turista curioso – esattamente come è successo in Cina, dove il fenomeno è nato quasi per caso da un consulente che ha intercettato una domanda che nessuno stava ancora servendo. La Cina ha costruito il proprio turismo tecnologico sull’idea di mostrare la velocità. L’Italia potrebbe costruire il suo sull’idea di mostrare la “profondità”: un paese dove tradizione, artigianato e tecnologia più avanzata convivono nello stesso distretto, a volte nello stesso capannone. Non è detto che sia un racconto meno affascinante, è solo un racconto diverso, cui finora abbiamo faticato a riconoscere una propria identità. Finora, appunto: chi si candida a ribaltare questa visione?

Fonti: Maker Faire Rome
Immagine di copertina: Ultramansk - iStock
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

Seguici, iscriviti alla nostra newsletter: ti forniremo solo le informazioni giuste per approfondire i temi di tuo interesse