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VAR: la tecnologia non sbaglia, chi la usa sì

VAR system screen. System video assistant referee during the match
Mihali Dechev I iStock

Le polemiche del mondiale 2026: non è la tecnologia ma come la applichiamo

Il VAR – Video Assistant Referee – doveva essere il trionfo della precisione, la garanzia di imparzialità e correttezza. Al Mondiale 2026, vinto dalla Spagna che ha battuto l’Argentina 1-0 dopo i tempi supplementari grazie a un gol di Ferran Torres, è diventato invece uno dei bersagli preferiti delle polemiche, con tifosi e squadre convinti che il sistema fosse manipolato o comunque ingiusto. Eppure, a guardare i fatti con quella dose di distacco che a volte il tifo e la passione per la propria squadra annebbiano, la tecnologia ha fatto quasi sempre esattamente quello per cui è stata progettata: misurare posizioni di gioco al millimetro e seguire la palla con precisione matematica. La verità, ricostruita episodio per episodio, è che il problema non sta quasi mai nel software, ma in chi decide quando e come usarlo, e – soprattutto – in quanto poco i tifosi vedono di quel processo.

Potenza e controllo

Il VAR era stato presentato come uno strumento per correggere gli “errori chiari ed evidenti”: un gol segnato di mano, un fuorigioco plateale sfuggito al guardalinee. Al Mondiale 2026 il sistema di fuorigioco semi-automatizzato ha effettivamente funzionato con una precisione mai vista, arrivando a rilevare scarti di circa 10 centimetri attraverso avatar 3D dei giocatori. È successo nella partita tra Iran ed Egitto, quando un gol che avrebbe qualificato l’Iran per la prima volta nella sua storia è stato annullato per un fuorigioco di pochi millimetri nella costruzione dell’azione; è successo di nuovo due giorni dopo, quando un gol della Colombia contro il Portogallo è stato annullato per un fuorigioco di un…alluce! Sono decisioni quasi certamente corrette secondo il regolamento – il fuorigioco non prevede margini di tolleranza – ma la loro correttezza tecnica non le ha rese meno dolorose da digerire per chi le ha subite: un momento che può decidere una carriera o una qualificazione, cancellato da uno scarto invisibile all’occhio umano (che finisce col rimpiangere un po’ la poesia dell’incertezza pre-VAR, probabilmente).

Diverso, e più controverso, il caso dell’Egitto negli ottavi di finale contro l’Argentina. Il gol che avrebbe portato gli egiziani sul 2-0 è stato annullato non per fuorigioco, ma perché il VAR ha individuato una trattenuta di maglia e una pestata di piede di un difensore argentino nella fase iniziale della ripartenza “a un campo di distanza”. Una decisione che il protocollo giustifica pienamente (un fallo netto che ha permesso l’azione va sanzionato, non importa quanto lontano dalla porta sia avvenuto) ma che ha riacceso la domanda più divisiva del torneo: quanto indietro può o deve “riavvolgere” il VAR prima che intervenire diventi eccessivo? Pochi minuti dopo, nella stessa partita, il VAR ha invece respinto due appelli egiziani per rigore nell’area argentina, valutando “minimi” i contatti. Il risultato? L’Argentina ha vinto 3-2 e l’Egitto ha parlato apertamente di “ingiustizia”. Il punto qui non è tecnico: il sistema ha applicato lo stesso identico criterio in entrambi i casi, ma alle squadre è apparsa come una ingiustizia. E non hanno propriamente torto.

Dove si annidano davvero i bias

La distinzione più importante per capire davvero e polemiche di questo Mondiale è quella tra decisioni “fattuali” e decisioni “soggettive”. Il fuorigioco è un fatto: un giocatore è oltre la linea o non lo è, e il sistema lo misura. Un fallo o un rigore, invece, restano un giudizio: l’arbitro valuta intenzionalità, contatto e conseguenza, e il VAR può intervenire solo di fronte a un “errore chiaro ed evidente”, non per offrire una seconda opinione su ogni episodio dubbio. È qui che si concentra la vera fonte di sfiducia: contro l’Inghilterra, il Ghana non ha ottenuto un rigore netto su un intervento in ginocchio, e il suo CT ha commentato sarcasticamente che “il VAR era andato a prendere un caffè”. Contro il Congo, un episodio quasi identico ha coinvolto l’Inghilterra, convinta di essere stata derubata di un rigore ma pochi giorni dopo, nel match contro il Messico, è stata la stessa Inghilterra a concedere un rigore per un contatto giudicato con lo stesso metro. In nessuno di questi casi il VAR ha “sbagliato”: ha semplicemente lasciato la decisione all’arbitro in campo. Il problema, se c’è, non è nell’algoritmo che misura il fuorigioco: è nella percezione di incoerenza che nasce quando episodi molto simili, in partite diverse, producono esiti opposti – anche quando ogni singola decisione, presa isolatamente, è difendibile. Anche la finale lo ha confermato nel modo più netto possibile. I due unici interventi del VAR – un gol annullato a Nico Williams per un fallo nella costruzione, e un gol annullato a Ferran Torres per fuorigioco – sono stati entrambi controlli confermativi, senza ribaltamenti. La giocata che ha deciso la partita, invece, è rimasta fuori dalla portata del VAR per definizione: la seconda ammonizione (e conseguente espulsione) di Enzo Fernández nel recupero può essere rivista dal VAR solo in caso di scambio di persona, mai per valutare se il cartellino fosse meritato. Il gesto arbitrale più pesante dell’intero torneo è stato, non a caso, l’unico che nessuna tecnologia poteva correggere.

E poi c’è il caso limite che dimostra quanto la percezione conti quanto i dati: nella semifinale tra Argentina e Inghilterra, si è diffusa in pochi minuti la voce che Messi fosse in fuorigioco nell’azione del gol del pareggio di Enzo Fernández e che il VAR non avesse nemmeno controllato. Falso su entrambi i fronti: il controllo era stato effettuato e Messi risultava chiaramente in posizione regolare, con più difensori alle sue spalle. Quello che è mancato non è stato il controllo, ma la sua comunicazione: la grafica 3D che il pubblico associa alla “prova” di un controllo VAR viene generata solo per i casi dubbi, non come ricevuta automatica per ogni gol regolare. Risultato: un pubblico già abituato a diffidare del silenzio del sistema ha riempito quel vuoto con un sospetto infondato.

Precedenti che raccontano la stessa storia

Non è la prima volta che una tecnologia ben progettata viene affossata da un uso o da una comunicazione poco attenti. I Google Glass funzionavano – fotocamera, display, potenza di calcolo in una montatura leggera, anni prima della concorrenza – ma sono stati un flop perché percepiti come invasivi, strumento per persone che riprendevano gli altri senza chiedere permesso in luoghi pubblici. Non è stato un problema di batteria o di risoluzione ad affossare quel progetto, ma il suo essere calato in un contesto sociale non ancora pronto a metabolizzarlo. Il chatbot Tay di Microsoft imparava dalle conversazioni con gli utenti esattamente come previsto: il problema non era nel codice, ma nel fatto che una parte del pubblico lo aveva deliberatamente addestrato con contenuti tossici, costringendo Microsoft a spegnerlo in poche ore. Anche il Segway, capolavoro di ingegneria giroscopica capace di restare in equilibrio da solo, è stato bocciato non per limiti tecnici ma perché il contesto d’uso lo ha reso oggetto di scherno invece che simbolo di innovazione – salvo poi aprire, indirettamente, la strada alla mobilità urbana elettrica di oggi ed essere celebrato come il suo pioniere.

Cosa insegna il caso VAR

Il filo comune è sempre lo stesso: una tecnologia precisa, calata in un contesto senza regole chiare o senza sufficiente trasparenza su quando e come utilizzarla, genera sfiducia anche quando funziona alla perfezione. Anche la FIFA, a metà torneo, ha dovuto correre ai ripari: dopo le polemiche degli ottavi di finale, a partire dai quarti ha spostato gli addetti al VAR direttamente dentro gli stadi (con un VAR primario e uno di riserva per ogni sede), pur mantenendo invariate le soglie di intervento. Un intervento che riguardava l’affidabilità operativa, non le regole, ma il tempismo non è passato inosservato. Per il VAR, e per qualsiasi tecnologia simile che verrà introdotta in futuro, nello sport e altrove, valgono alcune lezioni pratiche:

  • definire un mandato stretto e rispettarlo: se uno strumento nasce per correggere solo errori “chiari ed evidenti”, va usato solo per quello. Ogni estensione non dichiarata dell’uso previsto mina la fiducia di chi lo subisce
  • uniformare i criteri di applicazione, non solo la tecnologia: iIl problema del VAR non è mai stato “vede troppo”, ma che episodi quasi identici – i casi Ghana-Inghilterra e Congo-Inghilterra ne sono la prova – possono generare l’impressione di essere trattati con metri diversi. La coerenza percepita nell’uso conta quanto l’accuratezza del sistema
  • comunicare prima, e soprattutto durante. Il caso Messi-Fernández insegna che non basta prendere la decisione corretta: se il pubblico non vede il perché, la decisione corretta viene comunque letta come sospetta. La grafica 3D esiste per questo, e va usata più generosamente di quanto sia successo finora
  • ricordare che la percezione diventa realtà per chi guarda: un sistema oggettivo usato in modo non sempre coerente, o non sempre comunicato, produce comunque un risultato percepito come ingiusto. E, per l’utente finale, la percezione conta quanto i dati.

Il VAR dei Mondiali 2026 non è la storia di una tecnologia difettosa, ma quella di uno strumento potente calato in un ambiente emotivo e imprevedibile, senza sempre il perimetro comunicativo necessario per farlo rispettare fino in fondo. La lezione, valida ben oltre il campo da calcio, resta semplice: non basta costruire bene lo strumento, bisogna anche progettarne bene l’uso e allineare chi lo fa e spiegare bene, in tempo reale, perché lo si è fattoi in un certo modo.

Fonti: JudgeMate I Tech World News
Immagine di copertina: Mihali Dechev I iStock
Barbara Marcotulli

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