La pandemia rischia di far arretrare i valori e le pratiche della sostenibilità?

PRIMA lo ha chiesto a Lorenzo Giorgi, founder di Global Impact Network

 

PRIMA è l’osservatorio sull’Innovazione (POI), una piattaforma digitale progettata per monitorare e divulgare i più recenti risultati della ricerca, dell’innovazione e della formazione nel campo dello sviluppo agroalimentare nell’area del Mediterraneo. Raccoglie le esperienze dirette dei protagonisti, fra cui ricercatori, studenti, professori e imprenditori.

Lorenzo Giorgi e’ il fondatore di Bloom Project, che si occupa di idroponica a basso costo. Il suo ambito non è solo l’Europa ma anche gli slum africani dove insegna la sostenibilità.
Bloom Project
Bloom Project

 

  • Global Impact Network: l’impegno nel Continente Africano 

 

Glocal Impact Network è una azienda che lavora non solo nel nostro paese ma ha anche in Africa. Come state affrontando l’emergenza Covid-19 ?

Ad essere sincero, dal punto di vista dello sviluppo e della ricerca non abbiamo avuto nessun contraccolpo da questa emergenza: i nostri test in Senegal e Kenya sono situati in zone rurali e stanno andando avanti con ottimi risultati.

Nemmeno dal punto di vista del management interno abbiamo avuto cambiamenti perché da 5 anni lavoriamo in modalità smart working con tutto il nostro network internazionale ed è stato facile adattarsi a questa situazione di lavoro da casa.

Il vero problema è stato quello di dover rimandare i nostri progetti, già finanziati, a data da destinarsi. Questi progetti dovevano partire tra maggio e luglio in Kenya, Senegal e Madagascar. Il vero problema è che le popolazioni con le quali dovevamo lavorare e che avrebbero beneficiato dei nostri impianti adesso saranno ancora più in difficoltà, perché il costo dei prodotti dell’agri food è schizzato alle stelle e nelle zone urbane è sempre più complicato accedere ad ortaggi freschi a buon mercato.

Bloom Project SDGs

  • L’impatto del Covid sulla sostenibilità alimentare dei Paesi del Sud del mondo

Quindi la vostra preoccupazione è la ricaduta sul livello internazionale e soprattutto della ricaduta sull’Africa del Coronavirus.

Una nostra preoccupazione è che il Covid-19 possa impattare in maniera devastante sulla sostenibilità alimentare dei paesi del sud del mondo, soprattutto dell’Africa sub-sahariana. Sono d’accordo con la dichiarazione del primo ministro pakistano Imran Khan, che ha dichiarato: “Se chiudiamo le nostre città salveremo le persone dal virus, ma le condanneremo a morire di fame”.

Ritengo che questo sia molto vero perché la maggior parte degli abitanti di queste zone sono prive di una rete sociale che possa sostenerle. Inoltre la pandemia è arrivata in un momento devastante per il continente africano: alcuni paesi sono ancora in lotta contro l’ebola; altri stanno combattendo contro le locuste, una minaccia per i raccolti del Kenya, dell’Etiopia e di tutta l’Africa orientale. Il costo del cibo è schizzato alle stelle e le zone urbane non riescono ad attingere a ortaggi e verdura fresca.

Questo è il quadro che più ci preoccupa. Stiamo lavorando affinché si sviluppino sempre nuovi modelli sociali e tecnologici per un’agricoltura sostenibile e accessibile sia nelle zone rurali sia nelle metropoli, dove la percentuale di persone che vivono negli slum può superare anche il 50%.

Molto interessante. Sembra che questo sia un problema che in maniera diversa però toccherà anche a noi europei. Si parla di europei che potranno accedere meno a prodotti sani come le verdure. Cosa ne pensi?

Forse dimenticheremo presto lo spazio-tempo nelle nostre case perché siamo animali sociali. Questo bisogno di socialità forse ci porterà a riscoprire il bisogno di comunità. Credo che l’emergenza che stiamo vivendo ci farà ripensare alle nostre abitudini, sia nelle relazioni sociali, sia nella produzione di materie prime. Faccio un esempio: in quanti avrebbero voluto dei tetti condominiali con degli orti basati su tecnologie idroponiche dove poter raccogliere la propria lattuga ed i propri ortaggi?

Detto ciò, il mio pensiero va soprattutto alle grandi capitali del sud del Mondo. In quelle zone c’è bisogno di ripensare lo sviluppo urbano, comunitario e legato ad una produzione sostenibile.

  • La sostenibilità: un obbiettivo primario 

Credi in ultima analisi che Covid farà arretrare i valori e le pratiche della sostenibilità?

È una mia paura lo ammetto, dobbiamo essere forti a non mettere la sostenibilità e l’ambiente in secondo piano.

È chiaro che dovremmo dare sostenibilità economica e sociale alla ripresa ma, per fare questo non possiamo permetterci e lo voglio sottolineare con decisione, di lasciare in secondo piano l’ambiente. Perché la verità è che ambiente, economia e sociale sono pienamente interconessi e penso che questo sia il momento per tirar fuori il coraggio, chi non avrà coraggio non sarà presente nei tavoli decisionali del futuro. Cosi dovrebbe essere, io lo spero. Abbiamo davanti agli occhi i dati fallimentari della nostra economia sull’ambiente.

Prendo in prestito le parole di Rossella Muroni, una delle deputate che più stimo, per concludere questa intervista: “La normalità prima del Covid era il problema“.

Il team di Global Impact Network
Il team di Global Impact Network

Glocal Impact Network si occupa di idroponica e di orti “urbani” puntando tutto sulla sostenibilità e sulla valorizzazione di territori non solo del nostro paese, ma anche in ampie zone dell’Africa.


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