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L’AI svela nuovi geoglifici di Nazca

Aerial shot of the Nazca Lines in Nazca, Peru. The lines were created by the Nazca People around 400AD and can only been seen from the air
Power of Forever I iStock
Barbara Marcotulli

L’intelligenza artificiale scopre quattro nuove “linee” di Nazca

Per decenni gli archeologi hanno perlustrato il deserto di Nazca a piedi, dall’alto di piccoli aerei, analizzando fotografie aeree e immagini satellitari nella speranza di individuare nuovi geoglifi nascosti tra la sabbia e le pietre del Perù meridionale. Oggi, però, a scandagliare quell’immenso paesaggio lungo oltre mille chilometri quadrati non sono più soltanto gli occhi degli studiosi: c’è anche l’intelligenza artificiale. Grazie a un sistema di deep learning, un gruppo di ricercatori della Yamagata University, in Giappone, ha individuato quattro nuovi geoglifi nel deserto di Nazca, dimostrando come l’AI possa trasformare radicalmente il modo in cui vengono condotte le ricerche archeologiche. Non sostituendo gli archeologi, ma rendendo il loro lavoro molto più rapido ed efficace.

L’AI accelera le scoperte archeologiche

Lo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, rappresenta un passo importante nell’applicazione dell’intelligenza artificiale all’archeologia. Il sistema sviluppato dai ricercatori giapponesi è stato addestrato a riconoscere schemi e forme tipiche dei geoglifi, analizzando enormi quantità di immagini raccolte negli anni. Il risultato è sorprendente: i ricercatori dichiarano che il nuovo metodo permette di individuare possibili nuovi geoglifi circa 21 volte più velocemente rispetto alla semplice osservazione umana. L’intelligenza artificiale, infatti, non “vede” come una persona ma analizza milioni di dettagli, confronta texture, linee e variazioni del terreno, evidenziando anomalie che potrebbero passare inosservate anche a un occhio esperto. Saranno poi gli archeologi, con le verifiche sul campo, a confermare o meno la presenza effettiva di un nuovo geoglifo. È un esempio perfetto di collaborazione tra capacità umana e algoritmi, dove la tecnologia non sostituisce l’esperienza degli studiosi ma ne amplifica le possibilità. Grazie a questo approccio sono stati identificati quattro nuovi geoglifici. Tra questi spiccano una figura antropomorfa lunga circa cinque metri, raffigurata mentre impugna una sorta di bastone, un pesce lungo diciannove metri con la bocca spalancata e un uccello stilizzato di circa diciassette metri. Le nuove figure si aggiungono all’enorme patrimonio iconografico di Nazca, che comprende già oltre trecento rappresentazioni di animali, piante e figure geometriche. Ogni nuova scoperta contribuisce ad arricchire la comprensione di una delle più affascinanti testimonianze della civiltà precolombiana.

New geoglyphs discovered in Nazca. Image courtesy of Yamagata University

 Le quattro nuove linee scoperte dalla  Yamagata University. Foto: Yamagata University.

Il mistero delle Linee di Nazca continua

Le Linee di Nazca costituiscono uno dei più grandi enigmi dell’archeologia mondiale. Realizzate tra il II secolo a.C. e il VI secolo d.C. dalla civiltà Nazca, consistono in enormi disegni ottenuti rimuovendo il sottile strato superficiale di pietre scure che ricopre il deserto, lasciando emergere il terreno più chiaro sottostante. Il clima estremamente arido della regione ha permesso a queste opere di conservarsi per secoli quasi intatte. Dal 1994 l’area è riconosciuta come Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, ma ancora oggi gli studiosi discutono sul loro significato. Le ipotesi sull’origine dei geroglifici sono numerose: secondo alcuni ricercatori, i geoglifi erano collegati a riti religiosi e cerimonie dedicate alle divinità dell’acqua, fondamentale in una delle regioni più aride del pianeta. Altri ritengono che costituissero percorsi rituali percorsi durante celebrazioni collettive. Esistono poi interpretazioni che attribuiscono loro una funzione astronomica, ipotizzando un collegamento con l’osservazione del Sole, della Luna o delle costellazioni. Le teorie più fantasiose, come quella che li vorrebbe opera di civiltà extraterrestri, continuano invece a esercitare un forte fascino sul grande pubblico, pur non trovando alcun riscontro nella ricerca scientifica.

Un laboratorio tecnologico a cielo aperto

La Yamagata University studia l’area di Nazca ormai da oltre vent’anni. Dal 2004 il team guidato dal professor Masato Sakai esplora circa 390 chilometri quadrati di deserto utilizzando un insieme di tecnologie sempre più sofisticate: immagini satellitari, fotografie aeree, rilievi effettuati con tecnologia LiDAR, capace di ricostruire il terreno con estrema precisione tramite impulsi laser, e riprese realizzate con droni. L’intelligenza artificiale rappresenta l’ultimo tassello di questo ecosistema tecnologico: già nel 2022 lo stesso gruppo di ricerca aveva annunciato la scoperta di 168 nuovi geoglifi, fino ad allora sconosciuti e non registrati. L’integrazione del deep learning promette ora di accelerare ulteriormente il lavoro, consentendo di individuare rapidamente nuove aree da verificare sul campo. Secondo Sakai, il valore dell’AI non consiste soltanto nella velocità di elaborazione, ma nella capacità di individuare obiettivi che, con i metodi tradizionali, sarebbero rimasti nascosti o avrebbero richiesto anni di ricerca.

L’AI diventa strumento per il patrimonio culturale

L’impiego dell’intelligenza artificiale nell’archeologia è destinato a crescere rapidamente. Negli ultimi anni algoritmi e modelli di machine learning vengono utilizzati per ricostruire manufatti frammentati, tradurre iscrizioni antiche, catalogare reperti e individuare siti ancora inesplorati attraverso immagini satellitari ad alta risoluzione. Nazca rappresenta uno dei casi più emblematici di questa trasformazione. Il paradigma sta cambiando: invece di affidarsi esclusivamente all’intuizione degli archeologi, la ricerca può contare su sistemi capaci di analizzare quantità immense di dati in tempi estremamente ridotti, suggerendo agli studiosi dove concentrare gli sforzi. Resta però fondamentale il ruolo della competenza umana: nessun algoritmo può sostituire il sopralluogo sul terreno, l’interpretazione storica o la contestualizzazione culturale delle scoperte. L’intelligenza artificiale indica una possibile pista; sono gli archeologi a trasformarla in conoscenza. La scoperta dei quattro nuovi geoglifi dimostra che l’intelligenza artificiale può diventare un alleato prezioso anche nelle discipline umanistiche, spesso considerate lontane dall’innovazione digitale. Lontano dall’immagine di un’AI che rimpiazza gli esperti, il progetto della Yamagata University racconta una storia diversa: quella di una tecnologia che aiuta gli studiosi a vedere ciò che prima era invisibile, liberando tempo per l’analisi, l’interpretazione e la tutela del patrimonio. La vera sfida non è più raccogliere informazioni, ma riuscire a leggerle e ora, a quanto pare, persino un deserto considerato inespugnabile può raccontare nuove storie..

Fonti: Perù Reports I Journal of Archaelogical Sciences
Immagine di copertina: Power of Forever I iStock
Barbara Marcotulli

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