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Quando l’AI prenota al posto tuo

Close-up of a person using a smartphone with an AI chatbot interface while planning a trip with a digital map on a tablet. Concept of travel planning, artificial intelligence, and smart technology.
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Barbara Marcotulli

Gli agenti AI stanno riscrivendo il modo in cui i viaggi vengono cercati, scelti e prenotati

È una sera come tante: divano, tv in sottofondo, il rumore di fondo di una famiglia come tante. Un genitore apre una app, descrive quello che sta cercando – dieci giorni in Sicilia a settembre, prima dell’inizio delle scuole, un bambino, un suocero, spiaggia di sabbia, budget, e pochi minuti dopo i voli sono prenotati, la struttura confermata e tre ristoranti noti sanno già di dover riservare un tavolo. Però quel genitore non ha aperto un browser, non ha confrontato prezzi, non si orientato tra centinaia di recensioni: lo ha fatto un agente AI per lui, attingendo a fonti che considera affidabili, secondo criteri che ha imparato a conoscere nel tempo.

È la direzione in cui si sta muovendo il turismo, accelerata da un passaggio preciso: lo scorso aprile, Anthropic ha collegato Claude a Booking.com, Tripadvisor e Viator attraverso il protocollo MCP (Model Context Protocol), lo standard che permette agli assistenti AI di interrogare servizi esterni e completare azioni – incluse le prenotazioni – rimanendo dentro la conversazione. E Anthropic con Claude non è l’unica ad averlo fatto: Perplexity processa già prenotazioni alberghiere end-to-end, Google ha annunciato integrazioni transazionali dentro Gemini con Booking.com, Expedia, Marriott e IHG, e il nuovo Google Maps con la funzione Ask trasforma i dati geografici in un flusso continuo che accompagna il viaggiatore dalla fase di ispirazione fino a quando è già sul posto.

Il processo di ispirazione, scelta e acquisto si sta comprimendo in un’unica conversazione.

Come funzionava, come funziona adesso

Da vent’anni il turismo online si regge su un percorso riconoscibile: il viaggiatore cerca, scorre i risultati, clicca, confronta, decide. Ogni passaggio – la pagina dei risultati, la scheda della struttura, le recensioni, il comparatore di prezzi – è un’opportunità per essere visti, e scelti. Hotel, agriturismi, destinazioni e piattaforme hanno costruito intere strategie intorno a quei momenti: SEO, metasearch, campagne sui social, presenza sulle OTA. Il sistema era complicato, estremamente costoso e imperfetto, ma teneva e tutti – davvero, nessuno escluso – ormai lo consideravano un processo naturale. Ma se il viaggiatore chiede direttamente all’AI, quei passaggi scompaiono, e scompare con loro la logica sulla quale si reggeva l’intera distribuzione turistica.

L’agente non mostra una selezione di risultati tra i quali scegliere ma offre una soluzione costruita sulle preferenze note dell’utente, filtrata secondo criteri che l’utente stesso ha affinato nel tempo e che l’intelligenza ha imparato a conoscere e rielaborare. La ricerca diventa invisibile e la scelta finale è già nella risposta.

Chi si è già posizionato – e perché è importante farlo

Le grandi piattaforme l’hanno capito prima degli altri. Booking.com è già integrata in Claude. Tripadvisor ha siglato accordi con Claude, OpenAI e Perplexity con l’obiettivo dichiarato di essere presente ovunque i viaggiatori prendano decisioni di viaggio. Il vantaggio che portano è strutturale: milioni di recensioni reali, disponibilità aggiornata in tempo reale, dati già nel formato che i modelli linguistici sanno leggere. I modelli AI si rivolgono alle OTA (le online travel agency,  come Booking o Expedia, per intenderci) perché con una sola integrazione accedono ad un volume e a una varietà di informazioni senza pari.

Una ricerca del 2026 indica che il 90% dei viaggiatori statunitensi è già consapevole degli assistenti AI per la pianificazione dei viaggi, e la la consapevolezza si trasforma in abitudine più in fretta di quanto si pensi. I viaggiatori di altri paesi seguiranno a breve – se non lo hanno già fatto.

Il problema delle destinazioni

Molte destinazioni, anche quelle che negli anni hanno investito seriamente in portali, contenuti e campagne, si trovano oggi in una sostanziale invisibilità nei processi di risposta delle AI. Il materiale prodotto non è strutturato nel modo che i modelli linguistici riconoscono come fonte autorevole. Il lavoro fatto era calibrato per un sistema diverso. Per le destinazioni italiane minori, o per quelle meno note, sperare di reindirizzare i flussi e attrarli diventa ancor più difficile, per esempio. Senza contare che il turismo italiano si orienta ancora largamente verso grandi eventi e attrattori di massa e si concentra pesantemente in un numero limitato di destinazioni. In un sistema dominato dagli agenti AI, questo rischio aumenta: un agente ottimizza per le preferenze dell’utente e per i dati disponibili. Se i dati di una destinazione raccontano solo spiagge e sole, l’agente la proporrà solo per spiagge e sole, e solo in estate. O, peggio, se di dati raccontano soltanto di determinate destinazioni, le altre rischiano di perdere la battaglia prima ancora di averla combattuta. L’allungamento della stagione, il reindirizzamento dei flussi verso un numero maggiore di destinazioni, si ottiene con lo sviluppo di prodotto turistico adeguato, ma anche – e soprattutto, ora – dati che sappiano descriverlo in modo leggibile alle AI – prima ancora che con la comunicazione.

Il rischio per le piccole strutture

In questo scenario, B&B, agriturismi, affittacamere, piccoli resort di territorio sono quelli che rischiano di più: queste strutture sono già sulle piattaforme, hanno recensioni, sono un loro sito – ma le AI non le vedono. Il problema non è “esserci”, o diventato “come”, e “dove” o “attraverso chi”. Quando un agente AI pianifica un viaggio, infatti, attinge ai dati delle piattaforme con cui è integrato. Per un agriturismo nelle Marche o un B&B nel centro storico di Viterbo, questo significa comparire nella conversazione quasi esclusivamente attraverso Booking o Airbnb, perchè sono queste piattaforme ad avere l’integrazione e i dati strutturati in tempo reale. La struttura esiste, ha un suo sito, ma la relazione vera con l’ospite passa ancora – e più di prima – attraverso un intermediario, che prende una commissione (spesso alta), controlla la presentazione della struttura, e possiede e trattiene i dati del cliente.

Tutto ciò che aveva permesso a una struttura piccola di costruire una propria identità digitale – un profilo curato, la cura nelle risposte alle recensioni, lo storytelling del territorio – conta sempre meno in un sistema dove l’AI costruisce la raccomandazione a partire da dati strutturati e disponibilità in tempo reale, entrambi controllati dalle piattaforme, e dalla loro potenza di fuoco. Il rischio per le strutture di questo tipo non è l’invisibilità ma una dipendenza che rischia di diventare tossica, nella sua ineluttabilità

E il viaggiatore?

Il vantaggio della comodità offerta dalla AI è reale. Pianificare un viaggio è già più semplice, e sempre più spesso le soluzioni offerte sono coerenti con le reali preferenze personali. Un agente AI che conosce i nostri viaggi precedenti, sa cosa ci piace e cosa meno, cosa preferiamo, che ritmi abbiamo, che tipo di esperienze scegliamo e può costruisce un itinerario migliore di quanto faremmo noi, in una frazione del tempo che ci impiegheremmo.

Il rischio è quello della standardizzazione: l’agente propone quello che conosce e che sa misurare, tutto quello che pertiene all’inaspettato, al sorprendente – perché mai provato prima – o che non è già mappato dalle piattaforme, per qualsivoglia motivo, resta fuori, e cosi la nostra possibilità di avventurarci in situazioni, luoghi e esperienze che non sappiamo ancora potrebbero diventare le nostre preferite. “Se non è integrato nella piattaforma, rischia di non esistere”: ma non è un paradosso parlando di viaggio che, per sua natura, è l’essenza della scoperta?  La destinazione, l’ospitalità, l’esperienza che non si comprime in un dataset, la guida che racconta quello che nessuna recensione può raccontare, il territorio vissuto e non soltanto prenotato: tutto questo diventa più raro. E il raro ha bisogno che qualcuno lo cerchi attivamente, fuori dalle piattaforme e dagli algoritmi.

Cosa accade ora

L’offerta turistica italiana, attuale e potenziale, è straordinaria per varietà e profondità, ma non è sempre raccontata in modo che le macchine e gli algoritmi – questi algoritmi – possano conoscerla e valorizzarla. Sono necessari investimenti, anche importanti, per essere presenti laddove i sistemi si alimentano, perché sarà dirimente per restare nelle conversazioni, e farsi scegliere. Si sta ripetendo quello che era già avvenuto con le piattaforme come Booking o Expedia, o Airbnb, solo che ora accade a velocità moltiplicata. Il viaggiatore che interroga le AI per pianificare il proprio viaggio è già un nuovo standard; comparire nella pianificazione che quelle AI gli restituiranno è fondamentale e richiede decisioni importanti, strategiche, fin da ora.

Fonti: AI Talks di Gianluigi Cogo
Immagine di copertina: iStock
Barbara Marcotulli

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