Sostenibilità: quando il contenitore è il contenuto
Dal flacone fatto di sapone alle capsule d’acqua: le soluzioni “zero-rifiuti” per un mondo senza imballaggi
Ventuno flaconi di sapone o shampoo all’anno. È questa la media di contenitori che ogni persona utilizza, nella stragrande maggioranza dei casi in plastica, e che quasi mai vengono effettivamente riciclati. Un numero che, moltiplicato per miliardi di individui, restituisce la dimensione di un problema ambientale che troppo spesso viene liquidato come inevitabile effetto collaterale della vita moderna.
Il packaging rappresenta circa il 40% di tutti i rifiuti plastici globali, con l’Europa e gli Stati Uniti che contribuiscono a oltre il 60% della produzione mondiale. Solo il 9% di tutti i rifiuti plastici mai prodotti è stato effettivamente riciclato, mentre il 79% si è accumulato in discariche o nell’ambiente naturale. Non si tratta di un fallimento “concettuale” del riciclo ma di un problema strutturale, che va affrontato ripensando radicalmente l’approccio al packaging stesso.
È in questo contesto che emergono soluzioni tanto semplici quanto rivoluzionarie. La startup tedesca Soapbottle, ad esempio, ha ribaltato completamente la logica tradizionale: invece di cercare modi migliori per riciclare il contenitore, lo ha trasformato nel prodotto stesso: il flacone è fatto di sapone. Quando il contenuto finisce, il contenitore diventa sapone per le mani e si consuma progressivamente. Nessun rifiuto da smaltire, nessun imballaggio da differenziare, zero sprechi.
L’idea non è certo un caso isolato. Negli ultimi anni si è sviluppato un intero movimento di innovazione attorno al concetto di packaging commestibile o completamente biodegradabile. Ecco alcuni esempi che stanno tracciando la strada, e che sono soltanto una piccola selezione dei molti disponibili:
- Notpla – Le capsule d’acqua commestibili. L’azienda londinese produce capsule realizzate con alghe marine che racchiudono liquidi in una pellicola impermeabile completamente commestibile. Un massiccio test è stato realizzato durante la maratona di Londra, quando le capsule sono state preferite ai bicchieri in plastica, per sostituirne le migliaia utilizzati ogni anno- Le capsule possono essere ingerite insieme al liquido oppure, se gettate, si biodegradano completamente in quattro-sei settimane. Ne avevamo parlato in dettaglio qui
- Tomorrow Machine – Packaging che invecchia col cibo. Da un’azienda svedese, una serie di contenitori che hanno la stessa durata del cibo che contengono: un contenitore per olio fatto di zucchero caramellato rivestito di cera e che si rompe come un uovo, o un contenitore per smoothie composto di agar agar che si deteriora mentre si beve, ad esempio. Ogni materiale è progettato per dissolversi, o per essere consumato senza lasciare traccia
- Cannucce e posate commestibili. Realizzate con pasta di grano e acqua, fibre di mela avanzate o zucchero, queste posate superano il concetto di “compostabile”, durano quasi un’ora durante l’uso e possono essere mangiate come snack insieme alla bevanda. Un’alternativa concreta e già disponibile alla plastica monouso
- Imballaggi da scarti naturali. Film alimentari edibili sviluppati dall’Università di Nottingham, contenitori realizzati con micelio di funghi che si decompongono naturalmente, imballaggi derivati da bagassa di canna da zucchero, foglie di palma cadute trasformate in piatti e ciotole… L’elenco cresce rapidamente, dimostrando che le alternative esistono già, se si sa dove cercarle (e si vuole farlo).
La lista è lunga, altri progetti simili possono essere approfonditi in questi articoli precedenti. Si tratta di un approccio che non rappresenta semplicemente una versione più green del packaging tradizionale: è un cambio di paradigma che elimina il concetto stesso di rifiuto. Come in Maker Faire Rome sosteniamo da sempre, non si tratta di “riciclare meglio” ma di progettare prodotti che non generino rifiuti fin dall’origine. Un contenitore che si consuma insieme al contenuto non è un imballaggio più sostenibile: è l’eliminazione del problema stesso. Le sfide, naturalmente, non mancano: dalla resistenza culturale – molti consumatori potrebbero esitare di fronte all’idea di mangiare un packaging, per quanto sicuro e commestibile – alle questioni igieniche che vanno affrontate con trasparenza, alla necessità di bilanciare le proprietà protettive del materiale con la sua degradabilità. E poi c’è la competizione con la plastica tradizionale, che rimane incredibilmente economica, leggera e versatile. Eppure il contesto sta cambiando rapidamente. La produzione di plastica genera miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra, una percentuale considerevole del totale globale. La pressione normativa aumenta, con 127 paesi che hanno adottato qualche forma di legislazione per regolamentare il consumo di plastica (i sacchetti, in particolare). E soprattutto cresce la consapevolezza che il problema non può essere risolto a valle, attraverso il riciclo, ma deve essere affrontato a monte, nel momento stesso della progettazione.
Cosa possiamo fare: azioni concrete per ridurre i rifiuti
Non è più tempo di cercare modi migliori per gestire i rifiuti: piuttosto, di progettare il nostro mondo in modo che i rifiuti, semplicemente, non esistano più. E questo cambiamento inizia tanto dalle scelte quotidiane di ognuno di noi quanto dalle decisioni strategiche delle aziende che producono e distribuiscono i prodotti che utilizziamo ogni giorno. Il cambiamento sistemico richiede tempo, ma esistono strategie immediate che ogni individuo può adottare per ridurre drasticamente la propria produzione di rifiuti da packaging:
- Passare a saponi, shampoo e altri prodotti per l’igiene personale solidi (persino il dentifricio è disponibile in pastiglie!): eliminano completamente flaconi di plastica e durano molto più a lungo delle versioni liquide
- Utilizzare contenitori riutilizzabili in vetro o acciaio per conservare gli alimenti
- Sostituire pellicola trasparente e alluminio con teli in cera d’api lavabili
- Scegliere marchi che offrono sistemi di ricarica o vuoto a rendere
- Optare per versioni digitali di biglietti, riviste e documenti quando possibile
Per le imprese, ridurre i rifiuti da packaging non è solo una responsabilità etica ma anche un’opportunità di innovazione e differenziazione competitiva. Le strade sono diverse, tutte complementari:
- riprogettazione del packaging, attraverso la conduzione di audit del packaging attuale per identificare eccessi e ridondanze, la scelta di materiali alternativi, l’eliminazione di componenti non necessari
- modelli circolari e di riuso, sviluppando linee di prodotti ricaricabili con stazioni di refill in negozio, attraverso partnership con servizi di logistica inversa per il ritiro degli imballaggi usati e migliorata progettazione che preveda l’impiego di packaging modulare riutilizzabile per spedizioni multiple
- innovazione di prodotto, sviluppare versioni concentrate dei prodotti che richiedono meno packaging, investendo in ricerca su packaging commestibile o completamente biodegradabile, magari anche in collaborazione con startup di settore o esplorando tecnologie di stampa 3D per packaging su misura che eliminino la necessità di riempitivi
- trasparenza e comunicazione, per comunicare chiaramente le scelte di packaging sostenibile e i risultati ottenuti, educare i consumatori/clienti sul corretto smaltimento o riutilizzo degli imballaggi e coinvolgerli (anche premiandoli) in programmi di feedback sul packaging, certificare le proprie scelte attraverso standard riconosciuti
- collaborazione lungo la filiera, standardizzando i formati e i materiali per facilitare economie di scala nelle soluzioni sostenibili, condividendo best practise e tecnologie con aziende affini, partecipando a consorzi industriali per lo sviluppo di infrastrutture di recupero
L’innovazione più potente, a volte – e può sembrare strano che sia proprio una realtà come Maker Faire Rome a segnalarlo – non è tecnologica. È concettuale. È la capacità di guardare a un problema da una prospettiva completamente diversa e chiedersi: e se non dovessimo riciclare il packaging, ma eliminarlo del tutto? E se il contenitore fosse progettato per scomparire, per essere consumato, per non lasciare traccia? Ventuno flaconi all’anno possono sembrare pochi. Ma moltiplicati per miliardi di persone, per decenni di accumulo, rappresentano montagne di rifiuti che non dovrebbero mai essere stati prodotti. Il flacone che diventa sapone non è una curiosità ecologica. È un modello di come si dovrebbe progettare ogni prodotto: pensando alla sua fine fin dall’inizio, integrando la sostenibilità nella struttura stessa dell’oggetto, non come un ripensamento ma come principio fondante.
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