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Rifiuti spaziali: come trasformarli in risorsa

Satellites Enabling Global Telecommunication and High-Speed Internet. Flying Around Planet Earth. Industry And Technology Related 3D Render.
YucelyIlmaz - iStock

Due progetti europei riscrivono il futuro dei detriti spaziali

Per decenni abbiamo trattato lo spazio come una discarica a cielo aperto: satelliti dismessi, parti di razzi esausti, bulloni, schegge di rivestimenti: tutto continua a orbitare intorno alla Terra, accumulandosi anno dopo anno, in un “affollamento orbitale” che non è più solo un problema teorico ma una minaccia concreta per i satelliti attivi, per le missioni con equipaggio e per l’intera infrastruttura spaziale da cui dipendono comunicazioni, navigazione satellitare e osservazione della Terra. Cosa succederebbe quindi, se invece di continuare ad accumulare spazzatura, iniziassimo a considerarla una risorsa? È l’idea alla base di due progetti di ricerca finanziati dall’Unione Europea, entrambi sostenuti dallo European Innovation Council (EIC), che stanno sperimentando approcci radicalmente nuovi alla gestione dei detriti spaziali: da un lato lo smontaggio e il riciclo dei satelliti direttamente in orbita, dall’altro la possibilità di “spingere” i frammenti più piccoli verso l’atmosfera terrestre, dove bruciano e si disintegrano.

Il problema, in numeri

Per capire la portata della questione bastano i dati dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA): in orbita intorno alla Terra ci sono oggi più di 2.700 satelliti dismessi, circa 54.000 oggetti più grandi di una pallina da golf e una stima di 140 milioni di frammenti più piccoli di un granello di vernice. Ognuno di questi oggetti, per quanto minuscolo, viaggia a velocità orbitali altissime: anche un frammento delle dimensioni di un millimetro può danneggiare seriamente un satellite operativo o una stazione spaziale. Negli anni sono state proposte molte soluzioni, dalle nuove normative per limitare la produzione di nuovi detriti alle tecnologie per rimuoverli fisicamente. I due progetti europei di cui parliamo, DEXTER e ALBATOR, puntano invece su strategie complementari: riciclare ciò che è già in orbita e ripulire, con un metodo del tutto nuovo, ciò che non può essere recuperato.

DEXTER: smontare e riciclare i satelliti in orbita

Il progetto DEXTER, avviato nel 2025, riunisce aziende e università di Regno Unito, Spagna, Estonia e Svezia. L’obiettivo è capire se i vecchi satelliti possano essere smontati e riutilizzati direttamente nello spazio, invece di essere abbandonati in orbita per decenni o addirittura secoli. I satelliti, infatti, sono costruiti con materiali preziosi come l’alluminio. Alcuni rientrano nell’atmosfera e bruciano naturalmente, ma molti restano in orbita per periodi lunghissimi, trasformandosi in un rischio permanente. L’idea del team DEXTER è recuperare quei materiali prima che diventino un pericolo a lungo termine, secondo una logica di economia circolare applicata allo spazio. Le sfide tecniche sono due: come smontare in sicurezza un satellite in orbita, e come riutilizzarne i materiali in modo utile. Tra le ipotesi allo studio c’è la possibilità di trasformare il metallo recuperato in nuove strutture spaziali, come intelaiature rigide capaci di sostenere o estendere altri satelliti. Un’idea ancora più ambiziosa è quella di trasformare i materiali di scarto in carburante. Per arrivarci, i vecchi satelliti dovrebbero prima essere catturati e smontati. I ricercatori stanno sviluppando strumenti dedicati, tra cui bracci robotici in grado di afferrare i detriti e laser capaci di tagliare il metallo in condizioni simili a quelle dello spazio. I primi test sono già in corso in laboratorio.

Trasformare rottami metallici in carburante è la parte più complessa del progetto. Una delle strade esplorate dal partner britannico Magdrive consiste nel convertire l’alluminio in plasma, da utilizzare in un motore a ioni: un tipo di propulsore che spinge le astronavi sfruttando particelle cariche invece della combustione chimica tradizionale. Non si tratta quindi di un carburante chimico classico, ma di un nuovo modo di alimentare i satelliti sfruttando materiali già presenti in orbita. Resta da capire come questo carburante potrebbe essere immagazzinato o condiviso tra diverse missioni: una delle ipotesi allo studio è la creazione di veri e propri “distributori” orbitali, stazioni di rifornimento dove le astronavi potrebbero attraccare per fare il pieno di propellente ricavato dai detriti riciclati. Per ora l’obiettivo del team è dimostrare la fattibilità del concetto, con l’ambizione di testare le tecnologie chiave direttamente in orbita nei prossimi anni.

ALBATOR: i raggi ionici che “soffiano via” i detriti

Se DEXTER punta al riciclo, il progetto ALBATOR affronta il problema da un’altra angolazione: eliminare i frammenti più piccoli, quelli più difficili da tracciare e potenzialmente più pericolosi proprio perché invisibili ai radar. Alcune aziende hanno già sperimentato veicoli spaziali capaci di agganciare grandi pezzi di detriti e trascinarli verso l’atmosfera, ma questo approccio non funziona con i frammenti minuscoli, che sono anche i più numerosi. Guidato dalla start-up francese OSMOS X, ALBATOR riunisce ricercatori di Francia, Germania, Lussemburgo e Spagna in un’iniziativa finanziata dall’UE che sta testando la possibilità di spingere fuori orbita i frammenti più piccoli tramite un flusso di particelle cariche, un vero e proprio “soffiatore ionico”: praticamente, un dispositivo montato su un veicolo spaziale che spinge delicatamente i detriti verso l’atmosfera terrestre, dove si disintegrano bruciando. L’obiettivo è colpire detriti fino a un millimetro di dimensione, comprese le schegge generate da collisioni tra satelliti. Detriti cosi piccoli sono infatti capaci di generare grandi problemi: quando due satelliti si scontrano, è fondamentale intervenire rapidamente per ripulire i detriti prima che si disperdano ulteriormente. Il tempo è una variabile critica perché ogni collisione può generare nuovi frammenti, innescando altre collisioni a catena: un fenomeno noto come “sindrome di Kessler”, uno degli scenari più temuti dell’astronautica moderna. Il team di ALBATOR immagina una flotta di piccoli veicoli spaziali da dispiegare all’occorrenza, capaci di raggiungere le nubi di detriti e ripulirle con brevi impulsi del fascio ionico. Suona davvero fantascientifico, e la tecnologia è ancora in fase di sviluppo –  sono previsti test in una camera a vuoto in Germania nel 2027, come tappa preparatoria verso una futura missione spaziale – ma l’idea è davvero promettente.

Perché la questione riguarda anche i maker

Lo spazio sta diventando una componente sempre più centrale della vita quotidiana, dai sistemi di posizionamento satellitare alle telecomunicazioni, fino al monitoraggio ambientale. Progetti come DEXTER e ALBATOR raccontano bene lo spirito che anima anche la community maker: prendere un problema complesso, spesso considerato irrisolvibile con gli strumenti tradizionali, e affrontarlo con soluzioni ingegneristiche non convenzionali, mescolando robotica, propulsione, materiali e creatività. Del resto, l’obiettivo di questi progetti non è soltanto rimuovere un pericolo, ma ripensare completamente il nostro modo di usare lo spazio, trasformando un problema in un’opportunità – esattamente quello che ispira anche la filosofia maker.

 

Fonti: Jonathan O'Callaghan per Horizon
Immagine di copertina: YucelyIlmaz - iStock
Barbara Marcotulli

Maker Faire Rome - The European Edition, promossa dalla Camera di Commercio di Roma, si impegna fin dalla sua prima edizione a rendere l'innovazione accessibile e fruibile, offrendo contenuti e informazioni in un blog sempre aggiornato e ricco di opportunità per curiosi, maker, imprese che vogliono arricchire le proprie conoscenze ed espandere la propria attività, in Italia e all'estero.

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